La debolezza del contrasto ai 5 Stelle

Elisa Calessi, L’egemonia che manca, 9 marzo 2017, blog di Elisa Calessi

Ha fatto molto parlare un articolo di Angelo sul (qui) in cui l’editorialista, tra i pochi non succubi  al main stream, osserva preoccupato come “una pluralità di forze sembra agire ormai da tempo per offrire su un piatto d’argento il Paese al movimento Cinque Stelle, fornendo ad esso la possibilità di imporre, su una parte cospicua dell’opinione pubblica, una propria ”. Insomma, giornali, tv, classe dirigente, intellettuali lavorano per fare sì che il non-pensiero grillino (l’odio contro la casta, la politica, la democrazia rappresentativa, il disprezzo per la presunzione di innocenza, la menzogna del cittadino che può fare tutto, il coro “sono tutti ladri e corrotti” e demagogia cantando) diventi pensiero dominante, egemonico, appunto.

Sono quanto più lontana da tutto l’armamentario lessicale e ideologico dei Cinquestelle. Penso siano disastrosi quando si confrontano con la realtà (vedi la Raggi), pericolosi quando teorizzano le loro idee (vedi le tesi di Gianroberto Casaleggio).

Vorrei osservare, però, che un pensiero culturale diventa egemonico quando gli altri pensieri sono più deboli. E’ molto semplice. E’ una lotta. Come in natura. Vince chi è più forte.  Vince chi propone una lettura della realtà che convince di più, che incrocia i problemi o le emozioni delle persone in modo più efficace. E’ una banale regola anche del marketing. Si impone il prodotto che persuade di più, che ha più forza evocativa, che risponde alle persone, testa e cuore.

E’ sempre stato così nella storia. Lo è stato ai tempi del Pci, come ricorda Panebianco, quando i comunisti erano all’opposizione e però, seguendo Gramsci, si sono dedicati a “egemonizzare” mondi più influenti di quello parlamentare: la cultura, la scuola, il cinema, l’editoria. E ci sono riusciti perché il loro racconto funzionava, creava appartenenza, dava una visione del mondo.

Perché l’egemonia culturale non c’entra nemmeno tanto con la forza politica. Basta vedere l’esempio dei Radicali, che hanno sempre avuto sparute presenze in Parlamento (oggi non hanno nemmeno un eletto) eppure il loro pensiero su aborto, fine vita, libertà, si è imposto eccome. E in modo trasversale.

Dunque, il problema, mi pare, non è l’egemonia grillina o le forze “oscure” che lavorano per essa. Ma il fatto che si impone in assenza di altro. Non c’è, altrove, un pensiero culturale altrettanto forte. Non c’è un pensiero che li sfidi, non tanto (non solo) dipingendoli come il male assoluto, ma provando a competere sul terreno, the boots on the ground, cioè provando a conquistare il cuore e la testa delle persone. A convincere più di loro.

Perché non c’è? O perché si ha paura. Perché, se si crede in qualcos’altro, si teme che la lotta sia impari, che sia troppo difficile contrastare certi luoghi comuni ormai diventati senso comune. O perché, addirittura, si dubita delle proprie idee, non si è convinti fino in fondo della verità di quello in cui si crede. Sotto sotto la si pensa come i grillini.  Non c’è un pensiero che li sfidi, perché, diciamo la verità,  il meanstream grillino ha permeato il cuore e la testa anche di quelli che dovrebbero essere i suoi avversari.

Allora è troppo facile prendersela coi giornali, le tv, i talk show, senza nulla togliere alla sudditanza terrificante dell’informazione al peggio del qualunquismo.

A me, da cittadina, preoccupa di più la sudditanza culturale dei leader alternativi ai grillini. O il loro silenzio. O la tiepidezza con cui provano a dire qualcosa di diverso. Come se si fossero arresi al fatto che, nella testa delle persone, hanno già vinto gli altri.

Io non credo sia così. Penso che la realtà sia più forte delle menzogne, anche quando sono suggestive. Penso che le cose vere, quindi buone per le persone, possano essere suggestive e trascinare la gente. Ma bisogna crederci, ci vuole intelligenza nel senso etimologico, leggere dentro la realtà, coraggio. E fregarsene del mainstream. Speriamo qualcuno ce l’abbia.

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