Assad, il nemico perfetto

Alberto Negri, Assad il nemico perfetto troppo spesso dato per finito, Il Sole 24ore, 9 aprile 2017

Assad, in un certo senso, è il nemico perfetto. Due anni prima della rivolta del 2011, un ricercatore arabo, Nibras Kazimi, affermava che la Siria era il terreno ideale per una guerra santa. Confina con Paesi ribollenti – Iraq, Libano, Turchia, Israele, Giordania – la popolazione è a maggioranza sunnita ma comandata da una minoranza – gli alauiti – ritenuta eretica, alleata con l’Iran e con gli Hezbollah libanesi, un anello fondamentale della Mezzaluna sciita. L’insurrezione, esplosa nel marzo 2011 su basi popolari, era una sorta di tempesta perfetta per creare un nuovo Libano, con padrini esterni di ogni provenienza, arabi, turchi, potenze occidentali e orientali. Kazimi aveva pubblicato negli Stati Uniti un saggio dal titolo evocativo: “La Siria, nemico ideale dei jihadisti”: questo erano diventati Assad e gli alauiti con la guerra che poi avrebbe condotto al Califfato.

Per di più Damasco ha un’altra caratteristica decisiva: Mosca guarda alla Siria come a una sorta di “Jugoslavia araba”, un Paese cerniera tra il Mediterraneo e la Mesopotamia a stretto contatto con la Turchia, bastione Nato sul fianco sud-orientale. In Iraq i russi avevano forti legami venuti meno con la fine di Saddam nel 2003 mentre in Libia avevano perso nel 2011 un aggancio importante con il crollo di Gheddafi. Per questo sono interventi nel settembre 2015 a difendere un regime che garantiva basi militari strategiche. Dopo aver rinunciato a sostenere nel 1999 la Serbia di Milosevic, Mosca non voleva abbandonare la “Jugoslavia del Medio Oriente”, un antemurale nei confronti dei movimenti radicali sunniti della Cecenia e del Caucaso.

Né i russi né gli iraniani sono disposti ad abbandonare Damasco. Così come la traiettoria di Assad è legata agli Hezbollah libanesi che hanno in Siria la loro retrovia e costituiscono una spina nel fianco di Israele. Sono stati gli Hezbollah che hanno sostenuto l’urto della rivolta e liberato dai jihadisti i villaggi cristiani fedeli al regime.

Avversario storico di Israele, che ha occupato il Golan nel 1967, nemico giurato dei Fratelli Musulmani, dai tempi del massacro di Hama nel 1982, dello stesso Erdogan con cui Assad aveva stretto un’amicizia che sembrava indissolubile, alleato dell’Iran e della Russia, il regime di Damasco è un bersaglio designato che ha fatto di tutto per restare nel mirino. Quando esplose la rivolta, l’Occidente riteneva che Assad sarebbe stato spazzato via in pochi mesi, come Ben Alì, Mubarak e il già pericolante Gheddafi: fu così che iniziò l’afflusso dei jihadisti e dei foreign fighters ai confini tra Turchia e Siria, con i soldi dei sauditi e del Qatar e l’assenso di Parigi e di Washington che a Bashar preferivano gli affari con le monarchie del Golfo e i sunniti.

Gli esiti di questo calcolo sbagliato sono stati sconvolgenti. La Turchia, Paese della Nato, si è trovata a confinare con i suoi peggiori nemici, i curdi siriani “cugini” del Pkk, e costretta a inchinarsi a Putin. Assad al potere costituisce una sfida per gli Usa ma soprattutto per le potenze sunnite e Israele, i pilastri da 70 anni del sistema americano nella regione. Questa è la partita in Siria: la guerra civile e per procura si è trasformata in un conflitto dove si decide la supremazia tra Oriente e Occidente.

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