Vigevano dei miracoli

Adriano C. Ballone, Azzurra nostalgia. Lucio Mastronardi e gli altri di Vigevano , pp. 245, effigie, Cremona 2016

Questo libro punta a ricostruire un mondo. Al centro campeggia la figura dello scrittore Lucio Mastronardi, associato volentieri nella nostra memoria alla città di Vigevano. I suoi romanzi più famosi hanno tutti Vigevano nel titolo: Il calzolaio di Vigevano (1959), Il maestro di Vigevano (1962), Il meridionale di Vigevano (1964).

Tutto qui. La grande parabola creativa di Mastronardi si esaurisce nell’arco di pochi anni e lascia il segno. In tre romanzi lo scrittore è riuscito a rappresentare attraverso Vigevano, e in una Vigevano reinventata per l’occasione, l’Italia del miracolo economico. Solo un altro Luciano, Bianciardi, ha saputo fare qualcosa di simile. I campioni della letteratura industriale, gli olivettiani Ottieri e Volponi, producono in quegli stessi anni opere che risultano deludenti al confronto.

Il libro ha un deuteragonista nella persona del paroliere Vito Pallavicini. Nato sei anni prima di Mastronardi, visse molto più a lungo. Lo scrittore morì suicida nel 1979, il paroliere scomparve invece nel 2007. Il loro successo prese forma negli stessi anni, tra il 1959 e e il 1961. Pallavicini esordì con Amorevole, per poi tirar fuori tra l’altro Le mille bolle blu (Mina, 1961) e esplodere con Azzurro (Celentano, 1968).

La nostalgia richiamata nel titolo non riguarda tanto questo o quell’oggetto preciso, quanto una certa Vigevano che diventa in quella fase della sua storia un luogo magico. Per questo bisogna rileggere Mastronardi, a partire dall’inedita corrispondenza che si rivela come forse la sua opera più bella e significativa. Allora diventa possibile uscire dallo stereotipo del maestro ridotto a una prefigurazione di Fantozzi. Il maestro intanto è uno che non ama la scuola con le sue pretese di pedagogia travolgente. Si porta dentro un fuoco acceso di passioni e si fa amare più dei suoi colleghi dagli allievi. E poi c’è il paesaggio fisico della città, con la bella piazza e con il Ticino. E poi e soprattutto c’è il paesaggio sociale con le donne che si ritrovano in primo piano, rivalutate sia da Mastronardi che da Pallavicini (pensiamo per esempio a Insieme a te non ci sto più). Singole figure indimenticabili, la Luisa del Calzolaio, la Ada del Maestro e altre ancora: “volitive concrete lungimiranti tenere mai arrendevoli”. Gli operai, spesso maschi sopraffatti dalla maschera del ruolo sociale, somigliano alla descrizione che ne diede Tronti: “rude razza pagana, senza ideali, senza fede, senza ideali”. Senza contare il linguaggio che lo scrittore usa e che è una creazione a parte, con un impasto singolare di lingua e dialetto. Volendo trovare un equivalente, Céline risulta più appropriato di Gadda.

Non ultimo, tra gli elementi che conferiscono a questo libro il suo particolare fascino, c’è Mastronardi uomo e scrittore. Figlio ribelle di un padre moralista e alquanto oppressivo. Scolaro infelice e sfortunato. Affabulatore impenitente già prima di diventare scrittore. Un misto di timidezza e orgoglio. Un uomo che quasi non c’è e che usa come rivalsa la sua capacità espressiva. Uno scrittore capace di dar vita a un mondo che senza di lui si sarebbe perduto nei meandri della storia. In partenza, stando alla suddivisione proposta molti anni fa da Marthe Robert, un bastardo. Nel corso della sua vita, giunto all’età adulta, si trasformò in un trovatello dotato di una voce potente, la sua voce, inconfondibile tra mille altre.

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