La Resistenza popolare e sconosciuta

Luca Canali, La resistenza impura, Mondadori, Milano 1965

Agli uomini senza ambizioni politiche,
senza particolari doti d’ingegno, senza relazioni influenti,
cioè senza possibilità di scambio o di scampo,
che caddero oscuramente,
mossi da elementari bisogni e da elementari ideali.
A questi uomini che in morte come in vita
non ebbero mai né chiesero quartiere
e di cui la storia, che pure soprattutto di essi
si nutre, disperde prudentemente le tracce.

°°°

Giovanni De Luna, La verità più profonda della lotta partigiana, La Stampa, 25 aprile 2017

In diretta dall’insurrezione. Il discorso di Franco Antonicelli risale alla notte tra il 26 e il 27 aprile 1945. In città ci sono ancora i tedeschi e i fascisti. Stanno per essere sconfitti ma ci sono ancora. E sparano. Il Cln è riunito nei locali della conceria Fiorio. Sta per uscirne e recarsi in Prefettura per assumere il potere, in un corteo di automobili bersagliato dai cecchini. Per un’ ultima volta quella riunione si svolge in clandestinità. I membri del Cln a cui parla Antonicelli lo sanno. E sanno che li aspetta un compito difficilissimo: nell’immediato, una città disastrata da gestire; nel futuro, la ricostruzione di un paese distrutto.

Sono uomini dei partiti, ma in quel momento, per il loro presidente, sono solo compagni di lotta. Antonicelli rappresentava il Partito liberale, mentre le altre cariche più importanti (sindaco, prefetto, questore) erano state già distribuite tra comunisti, socialisti, azionisti e democristiani. C’è un passaggio del suo discorso – «sono molto orgoglioso per il mio Partito» – in cui questa appartenenza è rivendicata con orgoglio; ma è direttamente «a quei pochi uomini, pochi semplici e ignorati cittadini» che si rivolge. Sono quelli che hanno costruito dal nulla, sulle macerie dell’8 settembre 1943, il «miracolo della Resistenza»: «Voi siete stati, l’uno all’altro, gli amici antichi e gli amici nuovi, i rappresentanti di idee politiche diverse, ma di una fede unica, di una volontà compatta, e perciò l’uno all’altro sostegno e incitamento di cose a cui non tutti erano, o non ugualmente erano, preparati».

A caldo quelle parole ci restituiscono la verità più profonda della lotta partigiana. Prima dei partiti, la Resistenza fu una scelta dei singoli individui. Nella banda partigiana, prima ancora che nei Cln, un’intera generazione si affacciò alla politica scavando nella propria coscienza, attingendo alle proprie motivazioni, proponendo la propria scelta come il fondamento di una rigenerazione collettiva. Dopo il crollo dello Stato fascista, venuta meno la sovranità statale, gli uomini che scelsero di impugnare le armi si trovarono in una condizione di «naturale assolutezza» e ognuno, nel momento di andare in banda, divenne «sovrano». Nella scelta del singolo come atto sovrano erano racchiuse le potenzialità per produrre, attraverso la violenza, un nuovo ordine giuridico e politico. Fu (come ha scritto sulla Stampa Giuseppe Filippetta) l’emergere di un concetto nuovo di sovranità che aveva come titolare non più il popolo come entità unica (questo si era detto e scritto prima), ma tutti i singoli cittadini che lo compongono, con ciascun cittadino «che esercita la sovranità attraverso le sue libertà e i suoi diritti politici».

Queste istanze nell’esperienza partigiana si raccolsero intorno ai concetti chiave della partecipazione e dell’autogoverno; in uno stadio successivo, nelle prime formulazioni a caldo dei partiti, divennero il «via i prefetti» dei liberali, la «democrazia progressiva» dei comunisti, la «rivoluzione progressiva» dei democristiani, la «rivoluzione democratica» degli azionisti, la «repubblica socialista dei lavoratori» dei socialisti; trovarono poi la loro compiuta definizione nella «Costituzione dei partiti». Oggi che di quei partiti, della loro forma organizzativa ma soprattutto della loro storia, non è rimasto niente se non macerie, forse è il caso di ripartire proprio dagli insegnamenti della «Resistenza degli uomini».

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