Le citazioni improprie

Guido Vitiello,
L’Imu? No, tassiamo le citazioni facili

Corriere della Sera, La Lettura, 10 febbraio 2013

Ripianare il debito pubblico sarebbe una sciocchezza, se solo ci decidessimo a prendere alcuni provvedimenti dolorosi ma risolutivi: una tassa sui luoghi comuni e sulle frasi fatte, per esempio, e ancor prima una tassa sulle citazioni abusate. Cinquanta centesimi ogni volta che ci si azzarda a riproporre il monito di Bertolt Brecht, «Sventurato il paese che ha bisogno di eroi». Almeno un euro per gli usi illeciti del motto filosofico di Ludwig Wittgenstein, «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Cinque euro per il George Santayana di «Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo». Una gabella molto più onerosa per guadagnarsi il diritto a ripetere impunemente il tormentone del Gattopardo, «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». La confisca dei beni (e una quarantina di scudisciate sulla pubblica piazza, già che ci siamo) per chi ha ancora il coraggio o l’impudenza di annunciare, con Goya, che «Il sonno della ragione genera mostri».

Ci sono autori così saccheggiati che non si può fare a meno di immaginarli come le mappe anatomiche dei bovini che si vedono alle pareti di qualche macelleria, suddivise per tagli da linee tratteggiate (lombata, girello, tracoscio, sottospalla). Il cliente sceglie una delle cinque o sei formule per cui sono noti, se la fa incartare, un ciuffo di rosmarino e via, è pronta per il banchetto del proprio discorso, con grande soddisfazione dei convitati. Per la macelleria citazionista, per esempio, Walter Benjamin si divide pressappoco così: angelo della storia (è il taglio più pregiato, diciamo pure il filetto), perdita dell’aura, riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, sex-appeal dell’inorganico e un po’ di frattaglie sui passages parigini; Michel Foucault, diviso in aree contrassegnate da un numeretto, si presenta come segue: sorvegliare e punire, panopticon, cura di sé, dispositivo, eterotopia e soprattutto biopolitica (che ormai si dà via come il macinato, e serve a preparare i polpettoni più immasticabili).

Pier Paolo Pasolini offre anche lui ottimi tagli, che non possono mancare in un buffet apparecchiato come si deve: scomparsa delle lucciole, omologazione, i poliziotti di Valle Giulia, «Il romanzo delle stragi», il discorso dei capelli, mutazione antropologica, scandalo del contraddirsi e via fino all’indigestione.

Beninteso, vedersi ridotti a un pugno di frasi o a una sola formula è un destino a cui non sfuggono neppure i migliori, è il corso normale della decomposizione dei grandi organismi letterari. Nelle prime pagine della sua popolare Storia della filosofia greca Luciano De Crescenzo rievocava i suoi appunti iper-bignamizzati di liceale dove Talete diventava, brutalmente, «quello dell’acqua». Qualcosa di simile sta avvenendo, mentre è ancora in vita, al citatissimo Zygmunt Bauman, che è ormai «quello del liquido».

Ma se proprio si deve esser ridotti a una sola parola, a una sola frase, che almeno sia una frase che abbiano pronunciato davvero. Tutti ricordano la nobile e cavalleresca sortita di Voltaire: «Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterei fino alla morte perché tu possa esprimerle». Tutti, tranne Voltaire, che quando fu scritta era morto da più di un secolo: a mettergliela in bocca fu infatti Evelyn Beatrice Hall, nel libro biografico The Friends of Voltaire (1906). Già, direte voi, ma Voltaire ha pur sempre detto che «Il grado di civiltà di una nazione si misura visitando le sue carceri». Dragate pure la sua opera omnia: non ne troverete traccia. E certo, sostiene un’altra scuola, quella lì è di Dostoevskij. Ma niente da fare, pare che tra i milioni di parole dell’autore dei Karamazov l’aforisma sulle carceri manchi all’appello. Il caso più desolante (e spudorato) è quello di Primo Levi, brandito a ogni occasione dagli antisionisti arrabbiati per una frase («Ognuno è ebreo di qualcuno, oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele») che non solo non disse mai, ma che non si sarebbe mai sognato di dire.

Più ci addentriamo nel labirinto delle citazioni, più siamo costretti amettere in dubbio le poche certezze nozionistiche di cui avevamo tappezzato il nostro cervello negli anni di scuola. Due professori americani, Paul F. Boller e John H. George, si sono divertiti anni fa a compilare un dizionario commentato di false citazioni, They Never Said It (Oxford University Press). Ne vien fuori che Goebbels non ha mai detto «Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola» (la frase è del drammaturgo Hanns Johst), Lenin non ha mai parlato di «utili idioti», e Maria Antonietta non ha mai suggerito di dare brioches al popolo affamato di pane, perché la stessa frase compare molti anni prima nelle Confessioni di Rousseau. Ma — questo è il punto — la regina avrebbe potuto dirla, suona plausibile, e tanto basta.

Tutto sta a convincersi che il nome in calce a una citazione non è il riconoscimento di una paternità, o almeno non principalmente. È prima di tutto un colpo di gong, che conferisce solennità o perfino un tremito di fatalità alle parole appena pronunciate. Dunque, un autore vale l’altro. Non c’è frase abbastanza stupida che non possa riscattarsi se in coda ci si appende, a casaccio, un «Winston Churchill» o un «Oscar Wilde».

Ma, con tutto il rispetto per i falsari e gli spacciatori di citazioni taroccate, c’è un esempio ancora più goliardico a cui dovremmo ispirarci. È il Lello Arena di Ricomincio da tre, che per darsi arie di persona profonda contrabbanda come propria una frase di Montaigne. L’ignaro Troisi, a sua volta, la ricicla per far colpo su una ragazza. E quando si sente obiettare «Ma che fai, parli con le frasi degli altri?», non gli resta che chiederle: «Perché, conosci Lello?».

http://lettura.corriere.it/l%E2%80%99imu-no-tassiamo-le-citazioni-facili/

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