Macron, il senso di una vittoria

Alle giuste considerazioni che seguono sotto ci sentiamo di aggiungere due brevi postille. Il populismo non è stato fermato, si dice ed è vero. Rimane da vedere se nell’Europa occidentale l’estrema destra possa andare molto oltre con le sue sole forze. Al momento non si direbbe. La Lega di Salvini ha quindi due possibilità: o torna all’alleanza con il più rassicurante Berlusconi o si butta nelle braccia di Grillo. Tale è il nostro futuro così come appare in questa fase, con il cavaliere solitario Renzi che tiene fermo il Pd nell’angolo. Seconda postilla. I partiti non hanno detto l’ultima parola, neppure in Francia. I gaullisti si possono ancora riprendere, mentre Macron può dare una forma organizzata più decisa al suo movimento. La partita rimane aperta, come si vede.

Anna Momigliano
Macron presidente, è solo l’inizio
Dicevano che se si vuole avere consenso bisogna fare qualche passo indietro su diritti e globalizzazione. Macron ha dimostrato che non è vero                                                      Rivista Studio, 8 maggio 2017

Questo è soltanto l’inizio, per la Francia, per l’Europa, e per chiunque si riconosca nei valori della democrazia liberale. La vittoria di Emmanuel Macron in Francia dimostra che i populisti non solo si possono battere, ma che possono essere sconfitti senza cedere sul loro terreno. Il neo-presidente ha portato a casa una vittoria, e con risultati superiori alle aspettative, grazie a una campagna e un programma diametralmente opposti a quelli della sua avversaria, resistendo alla tentazione di appropriarsi di alcuni temi dell’estrema destra, come invece hanno fatto altri. A chi faceva leva sulle paure, ha contrapposto un messaggio di speranza; a una retorica di chiusura, ha risposto con una linea dichiaratamente europeista e filo-globalizzazione.

L’elezione di Macron rappresenta un risultato promettente per tutte le forze progressiste d’Europa, perché potrebbe segnare l’inizio di un momento di riscossa anti-populista, dopo i disastri del 2016. Cosa forse ancora più importante, poi, ha deprivato la destra nazionalista di una delle sue armi più tossiche, la capacità di spostare il baricentro del dibattito politico, sdoganando la xenofobia e la retorica anti-élite, e spingendo anche le forze democratiche a farle, in qualche misura, proprie. Ci avevano detto che se si vuole avere il consenso del popolo bisogna fare qualche passo indietro su diritti civili e immigrazione, e Macron ha dimostrato che non è vero. Non è poco.

È un inizio, però, non un punto d’arrivo. La battaglia è ancora aperta, in Francia e nel resto d’Europa. Come è già stato fatto notare da più parti, Macron dovrà vedersela con le elezioni parlamentari del mese prossimo, da cui si capirà se avrà i numeri, nell’Assemblea nazionale, per governare con solidità. In questo, è una situazione molto particolare, dettata dalla contingenza: da un lato il sistema francese, un semi-presidenzialismo dove l’inquilino dell’Eliseo ha sì ampi poteri ma rischia di avere vita dura in caso di coabitazione; dall’altro il fatto che Macron, a differenza dei suoi predecessori, non ha alle spalle un partito storico e strutturato.

C’è anche però un’altra battaglia aperta, che non è soltanto quella di Macron e che ci riguarda più da vicino. Nonostante i buoni risultati ottenuti a questo giro, l’ondata populista non è sconfitta una volta per tutte. Marine Le Pen ha ottenuto il doppio dei voti di quanti ne ottenne suo padre, nel 2002; hanno pesato soprattutto i voti dei gollisti repubblicani, confluiti, non in massa però in una proporzione sensibile, al secondo turno: una convergenza tra conservatori e ultra-nazionalisti che sarebbe stata inconcepibile in altri tempi e che, purtroppo, non sembra riguardare soltanto Parigi. Come ha scritto Cas Mudde, uno dei migliori analisti dei populismi contemporanei, queste elezioni segnano anche «un altro passo avanti nella normalizzazione delle destre radicali, che è lenta ma stabile».

È un discorso che è già stato fatto dopo le elezioni in Austria e nei Paesi Bassi, ma vale la pena di ripeterlo: i barbari sono stati respinti, ma un po’ di terreno l’hanno preso, sono arrivati dove qualche anno fa sarebbe stato impensabile, ed è inutile fingere che non sia stato così, l’unica è rimboccarsi le mani e prepararsi al prossimo attacco. Macron ha dimostrato di averlo capito bene, quando ha detto che la priorità, per i prossimi anni, sarà «nei prossimi anni lavorare affinché nessuno abbia più motivo di votare un partito estremista». Due sono i terreni dove ci sarà molto su cui c’è molto da fare. Per cominciare, i più giovani, che in Francia al primo turno hanno votato soprattutto Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, facendo capire che, ok, i due leader non possono essere messi sullo stesso piano, però c’è un cedimento populista che è generazionale. E poi le classi lavoratrici, l’unica categoria demografica dove il Front National ha ottenuto la maggioranza dei voti (il 56 per cento, secondo i dati Ipsos) al secondo turno. Con Macron, la sinistra progressista ha dimostrato che un messaggio incentrato sulla società aperta, sulla globalizzazione e sulle opportunità può ancora vincere. Nei prossimi anni dovrà dimostrare di avere qualcosa da dire anche a chi, finora, dalla globalizzazione ha avuto poco da guadagnare.

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