L’Italia cristallizzata e diseguale

Alberto Orioli,  

La paura del futuro di un’Italia cristallizzata

Il Sole 24ore, 18 maggio 2017

Non sono più i colori e i pennelli della statistica a poter fare un ritratto  di questa Italia stagnante, bloccata, diseguale e polarizzata. Forse è per questo che il Rapporto sull’Italia 2017 dell’Istat prende a prestito, a piene mani, lo strumentario concettuale della sociologia come mai prima.

L’Italia cristallizzata nella sua incapacità di rendere mobili le sue energie vitali, inchiodata a dinamiche rapaci tra generazioni, non in grado di rendere fluide le contaminazioni tra i suoi cittadini, vecchi e nuovi, è diventato un Paese di paradossi, dove, ad esempio, l’essere un pensionato capofamiglia fuori dal mercato del lavoro è assai più rilevante (per il reddito, la ricchezza e anche per il potenziale) che l’essere un giovane di media istruzione inserito nel mercato del lavoro con un contratto non stabilizzato o come lavoratore autonomo o “atipico”. Dove le famiglie a basso reddito con un componente straniero (l’Istat riclassifica le famiglie in 9 originali nuovi gruppi) sono ormai il “girone” sociale più negletto, perché le azioni di redistribuzione del reddito, operate per via fiscale, non arrivano mai e finiscono per aumentare le percezioni di diseguaglianza. E, soprattutto, quella vera e propria “guerra tra poveri” combattuta da quel milione e 800mila famiglie con emigrati verso l’altro milione e 900mila famiglie di soli italiani sempre a basso reddito. Dove la corsa al sussidio, al posto in gradutoria per la casa popolare o per l’assegnazione all’asilo nido diventa un conflitto. È qui la faglia dove si scarica il peggior potenziale del conflitto sociale, dove il pregiudizio trova il brodo di coltura per riprodursi.

E così sfuma anche quella che potrebbe essere una positiva e proficua “eterogeneità” culturale ormai propria del , come l’ha definita Giorgio Alleva nella sua relazione di accompagnamento del Rapporto; resta così solo la distanza, la paura, l’alterità angosciante che alimenta anche una narrazione di chiusura e finisce per aumentare, alla fine, la frammentarietà.

L’Istat non manca di fotografare anche il Paese che conosciamo: il più vecchio del mondo, dove le nuove nascite sono state meno delle morti e dove la demografia è tornata indietro di secoli. Con 3,5 milioni di famiglie senza reddito, record al Sud; con sette su dieci tra gli under 35 ancora a casa dai genitori perché per loro è impossibile “pagarsi” l’indipendenza; con la quota più elevata in Europa di giovani che non cercano lavoro e non studiano (2,2 milioni di persone) vero emblema dello scandaloso spreco di capitale umano di un Paese ancora contaminato dalla sfiducia. L’immobilismo di un’Italia senza ascensore sociale continua a perpetuare un modello dove la famiglia garantisce l’ereditarietà dello status sociale e riproduce modelli di formazione che diventano “tradizione”.

Non ci sono più le classi sociali, spiega Alleva, in questa Italia dove la società liquida non è mai esistita o, se ha fatto capolino, è stata subito vittima di una vera e propria glaciazione che ha cristallizzato i gruppi favorendo ancora di più la sub-cultura della rendita.

C’è anche l’Italia che spinge la crescita, seppure ancora modesta e lenta. La manifattura che esporta e crea l’eccellenza è ancora la punta di lancia della performance economica, ma che diventa anche intrapresa culturale per creare le opportunità in un Paese apparentemente ottuso. Una lacuna grave è ancora quella che impedisce di creare il giusto collegamento tra chi cerca lavoro e chi può assumere: qui l’Italia è la patria di un fossato che non riesce a colmare. E prima lo capisce meglio è: per l’Europa creare le condizioni di efficienza del mercato del lavoro (al di là delle regole) è la precondizione per poter negoziare a Bruxelles l’Europa “sociale” che deva farci dimenticare la stagione talebana del rigore e dell’austerità.

http://www.primapagina.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-74f22488-6d31-4d29-a995-054641efee3e.html#p=0

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