Avrei preferenza di no

Daniel Pennac: “Bartleby e il suo datore di lavoro mi appassionano. Il primo per il suo rifiuto di giocare il gioco degli uomini, il secondo per l’inutile accanimento a voler comprendere questo rifiuto, l’uno e l’altro attraverso lo sconcertante e bizzarro confronto di due solitudini.
Se domandassimo a Bartleby il perché di questa lettura pubblica, risponderebbe impavido: ‘Ma non ne vedete voi stessi la ragione?’ Ed è esattamente ciò che si riproponeva Melville: vedere attraverso sé stesso, e cioè attraverso il nostro io più profondo, dove giace questa risata che accompagna, qualsiasi cosa noi facciamo, i nostri sforzi più lodevoli.”

Herman Melville, Bartleby lo scrivano, Feltrinelli, Milano 2015, trad. Gianni Celati

All’inizio Bartleby svolse una straordinaria quantità di lavoro scritturale. Quasi fosse da lungo tempo affamato d’alcunché da copiare, egli pareva pascersi con ingordigia dei miei documenti. Non si concedeva pausa per la digestione. Si dava da fare notte e dì, copiando sia con la luce del sole che al lume di candela. Mi sarei senz’altro compiaciuto di tanta solerzia, fosse egli stato allegramente operoso. Invece continuava a scrivere in silenzio, con moto scialbo e meccanico.

Parte inevitabile del lavoro d’uno scrivano è, ben s’intende, la verifica dell’accuratezza delle sue copie, parola per parola. Ove vi siano due o più scrivani in un ufficio, essi s’assistono l’un l’altro in tale esame, l’uno leggendo la copia, l’altro controllando l’originale. È questo un lavoro molto insipido, tedioso e letargico. Non ho difficoltà a immaginare che, per qualche indole sanguigna, esso sarebbe affatto intollerabile. Ad esempio, non riesco a credere che quel focoso poeta, il Byron, si sarebbe adattato di buon grado a sedere insieme a Bartleby onde esaminare un documento legale di, poniamo, cinquanta pagine fittamente vergate in minuta calligrafia.

Talora, nell’urgenza del lavoro, avevo l’abitudine di prestare il mio aiuto nell’esame di qualche breve documento, chiamando Turkey e Nippers allo scopo. Una tra le mie mire, nel collocare Bartleby a portata di mano dietro il paravento, era di ricorrere ai suoi servigi in simili banali evenienze. Credo fu il terzo giorno dacché egli era con me, il primo nel quale fosse sorta la necessità di fargli esaminare le sue scritture, che, avendo io premura di sbrigare una faccenda di poco conto che m’impegnava al momento, bruscamente detti una voce a Bartleby. Posta la fretta e la mia naturale attesa d’immediata obbedienza, sedevo col capo chino sul documento originale posto sul mio scrittoio, e la mano destra obliquamente protesa a porgere in modo un po’ nervoso la copia, così che, appena emerso dal suo riparo, Bartleby potesse afferrarla e procedere all’opera senz’alcun indugio.

In tale esatta posizione sedevo, quando lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: “Avrei preferenza di no.”

 

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