Cappuccio rosso

Paolo Gallori, Siria, morta a Raqqa Ayse Deniz Karacagil. Combattente raccontata da Zerocalcare in “Kobane Calling”, La Repubblica, 2 giugno 2017

ROMA – Zerocalcare dedica un post su Facebook al ricordo di Ayse Deniz Karacagil, combattente morta a Raqqa, che la sua matita aveva disegnato e raccontato in Kobane Calling. “E’ sempre antipatico – scrive l’autore – puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se la incula nessuno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di Raqqa contro i miliziani di Daesh è stata Ayse Deniz Karacagil, la ragazza soprannominata Cappuccio Rosso. Turca, condannata a 100 anni di carcere dallo stato turco per le proteste legate a Gezi Park, aveva scelto di andare in montagna unirsi al movimento di liberazione curdo invece di trascorrere il resto della sua vita in galera o in fuga. Da lì poi è andata a combattere contro Daesh in Siria e questa settimana è caduta in combattimento. Lo posto qua perché chi s’è letto Kobane Calling magari si ricorda la sua storia”.

Gli scarponi dei militari mandati da Erdogan a piazza Taksim avevano calpestato tende e striscioni, la protesta messa a tacere con la forza. Otto i manifestanti rimasti uccisi, tantissimi i feriti. La maggior parte degli arrestati processata e condannata a scontare pene di poco superiori ai due anni per “danneggiamento della pubblica proprietà”, “oltraggio a moschea”, “interruzione di servizio pubblico”. Ayse, invece, era stata travolta da un’accusa ben più grave: militanza in organizzazione terroristica. Ovvero i separatisti del Pkk, il Partito Curdo dei Lavoratori. Tra le prove depositate contro di lei, non un cappuccio ma una “sciarpa rossa, simbolo del socialismo”. Con Ayse in cella, era stata sua madre a protestare: quella sciarpa dimostrava solo che tutto si reggeva su un castello accusatorio retto da prove fabbricate a tavolino.

Ayse Deniz Karacagil aveva atteso il processo rinchiusa nella prigione di Alanya, a 138 chilometri da Istanbul. Poi era arrivata la condanna a un secolo di galera. Ma la “terrorista” era stata scarcerata prima del verdetto e aveva già capito a sue spese che a un certo punto della vita si è chiamati a fare delle scelte, che siano i semplici seppur sofferti compromessi tra le proprie individuali ambizioni e la dura realtà o la risposta da dare quando a chiamare sono battaglie per qualcosa che supera il destino di un solo uomo. La libertà, per fare un esempio. A chiamare Ayse era stata Kobane. Kobane Calling.

A volte le parole non bastano. Per difendere la cittadina siriana prossima al confine con la Turchia dalla stretta mortale di uno Stato Islamico che allora sembrava uno spettro imbattibile, i curdo-siriani avevano dovuto imbracciare i loro fucili. Uomini e donne, che la Turchia di Erdogan oggi bombarda additandoli ancora con quell’aggettivo, “terroristi”, e che invece nei giorni della vittoriosa resistenza di Kobane avevano dimostrato al mondo cosa vuol dire il coraggio. Con le donne col kalashnikov del Ypj, ala femminile delle Unità di protezione popolare (Ypg) c’era anche la turca Ayse Deniz Karacagil. Fuggita sulle montagne seguendo percorsi che in carcere le avevano indicato alcuni detenuti, dalla latitanza aveva scritto una lettera per far sapere di essersi unita alla battaglia per Kobane attraverso il braccio armato dell’illegale Partito Comunista Marxista-Lenninista turco (MLKP).

Ayse è morta in battaglia la mattina del 29 maggio, annunciano le pagine web dell’International Freedom Battalion, in cui militano giovani giunti da tutto il mondo per combattere l’Isis, celebrando come un’eroina la studentessa che divenne combattente. Ayse, caduta alle porte di Raqqa quando i ruoli sono ormai invertiti rispetto ai tempi di Kobane. Ora gli assediati sono gli assassini del Daesh, che nell’ultima roccaforte guardano i minuti scorrere sull’orologio, mentre il Pentagono continua a rifornire di armi i suoi veri alleati sul campo, i curdo-siriani. Dopo Obama, lo ha capito anche Trump quando è arrivato per lui il tempo delle scelte. Molto più semplice, per il presidente degli Stati Uniti, fingere di non sentire Erdogan e le sue indispettite rimostranze.

 

 

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