Maturità: la poesia di Caproni

Versicoli quasi ecologici

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

(1972, dalla raccolta Res Amissa)

COMMENTO

I ragazzi sono chiamati a riconoscere nel testo anche gli enjambement: l’enjambement è un espediente che contribuisce a determinare il ritmo di una poesia; si verifica quando due parole della stessa frase che dovrebbero stare saldamente unite, vengono spezzate tra la fine di un verso e l’inizio di quello successivo. Nella poesia in questione ci sono sicuramente due enjambement: “Dove sparendo la foresta”, “Come potrebbe tornare”. Potrebbe essere considerato enjambement anche “L’amore finisce”. Per quanto riguarda invece l’assonanza, ricordiamo che si tratta di forma di rima imperfetta (caratteristica di molta poesia popolare) che si ha quando, in due o più versi, le parole terminali contengono le stesse vocali a cominciare da quella accentata (mentre le consonanti sono diverse, ma per lo più di suono simile).

Per Caproni l’equilibrio Essere Umano – Natura è stravolto principalmente dall’uomo che si crede immune da qualsiasi conseguenza innescata dal proprio agire. La specie umana è la sola in grado di costruire il proprio suicidio collettivo e deturpando la natura l’uomo distrugge se stesso in un atto presuntuoso e irresponsabile. Al contrario, la natura non ha bisogno dell’uomo per vivere.  Giorgio Caproni è stato uno dei più importanti poeti del Novecento ed appartiene a quella che Pier Paolo Pasolini definì come la “linea poetica antinovecentesca”, caratterizzata da uno stile limpido e chiaro e dal recupero, almeno parziale, delle regole metriche tradizionali.

Sul piano concettuale l’antropocentrismo che ha a lungo segnato il rapporto dell’uomo con la natura viene mantenuto. Il poeta vorrebbe difendere la natura dall’azione degli uomini e agli uomini stessi si rivolge. Alla fine ricorre a una sorta di minaccia estrema quando scrive che senza gli uomini la natura sarebbe sempre più bella. In tal modo sembra dimenticare quanti paesaggi sono in realtà il frutto di un dialogo felice tra l’uomo e la natura, a cominciare proprio dal paesaggio toscano. Alla fine la natura viene nella breve poesia abbandonata a se stessa dopo essere stata per un po’ idoleggiata come parte della vita umana. La natura resta alla fine assente, come un oggetto che a distanza si va perdendo senza lasciare tracce. In realtà non tutto sta davvero scomparendo sotto i nostri occhi. Si può ancora ritrovare il senso di ciò che il rapporto con la natura è stato nel corso del tempo. Basta visitare un giardino e riandare con il pensiero alla vicenda storica dei giardini. Quello che manca per dare tutta intera l’idea del disastro è lo sconcerto che si mescola al dolore dell’uomo per la natura aggredita e umiliata. Ecco: una certa idea della natura esce sconfitta e umiliata dalla devastazione scatenata. Questo alcuni  uomini lo sanno come sanno che il loro dolore non servirà a risarcire la perdita. Le grandi navi che attraversano la laguna sono un insulto quotidiano alla storia e alla grandezza di una città. Questo è il vero messaggio di morte per ciò che i nostri antenati hanno saputo creare e che i nostri simili stanno oggi con cura distruggendo.

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