Noi fummo i comunisti

Un giorno sapremo: un giorno sapremo cosa? C’è stata ieri una emozionante cerimonia per la donazione degli archivi della Federazione Torinese del PCI/PDS alla Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci. Donare gli archivi non è come donare la memoria piena del passato. Significa se mai donare delle tracce. Molto dipende poi da ciò che si cerca. A me è capitato di frequentare questi archivi. Da essi si può ricavare una storia dell’organizzazione, anche una storia politica, ovviamente. Tuttavia si vedono sfilare persone di cui sappiamo poco o nulla. Giuseppe Gardoncini, per esempio, lavorava all'”Unità”. Di lui rimane traccia in un intervento molto informato e consapevole al congresso provinciale del 1956. Dagli archivi non si ricava molto altro, credo. La stessa cosa vale per due presenze nella direzione provinciale del partito: Dante Conte e Vittorina Dal Monte. Ecco ciò che sappiamo di loro.
DANTE CONTE
Nato a Torino il 13 aprile 1897, deceduto a Torino il 9 marzo 1979, meccanico, dirigente comunista.
VITTORINA DAL MONTE
Politica e sindacalista Imola, 1922 / Bologna, 11.12.1999

Nasce da una famiglia di braccianti che emigra clandestinamente in Francia quando lei è ancora giovanissima. Qui frequenta la scuola fino all’equivalente della nostra terza media. Non si è sposata e non ha avuto figli. Inizia a lavorare a 13 anni in sartoria; dal ’39 al ’40 lavora come ambulante; dal ’42 al ’43 come mondina. Nel 1943 si iscrive al Partito comunista francese. Rientrata in Italia, partecipa alla Resistenza. Nel 1946 diviene funzionaria del Partito comunista italiano, dapprima presso la federazione di Bologna, dove è anche eletta consigliera provinciale e nominata assessore all’Istituto provinciale infanzia e maternità fino al 1952, poi in quella di Torino, come responsabile femminile e membro della segreteria federale, sino al 1956, quando viene incaricata di far parte della segreteria nazionale dell’Unione Donne Italiane a Roma. Dal 1958 svolge la sua attività nella FILTEA, il sindacato tessile della CGIL; fino al 1963 dirige il comparto nazionale delle confezioni in serie. Dal 1963 al 1965, divenuta membro della segreteria nazionale della FILTEA, è a Bologna per guidare la lotta delle lavoranti a domicilio. Dal 1965 al 1967 è segretaria provinciale del sindacato abbigliamento a Milano. Nel 1967 torna al lavoro politico: fino al 1979 è funzionaria della federazione comunista di Bologna e responsabile di partito nel quartiere Saffi. Dal 1979 al 1989 è attiva nell’UDI di Bologna.

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3 pensieri su “Noi fummo i comunisti

  1. No, di sicuro. D’altronde Renzi non è altro che…consequentia rerum.
    In principio vi fu l’adesione a valori e principi socialdemocratici. Poi ci dimenticammo che non bastava accettare le regole del capitalismo, per essere dei bravi socialdemocratici: bisognava anche ricordarsi di tenere sotto controllo le diseguaglianze, impedendo alla forbice tra ricchi e poveri di allargarsi a dismisura. Bisognava ricordarsi dei diritti dei più deboli, e anche dei diritti di tutti, senza distinzione di credo, religioso, politico, etico e così via, invece di appiattirsi sul pensiero preponderante della Chiesa cattolica. Dopo di che, di dimenticanza in dimenticanza, di pensiero unico in pensiero unico, di alleanze opinabili in alleanze disastrose, la deriva è stata inarrestabile. Quindi, qui siamo. Non più comunisti, mai veramente socialdemocratici, tentativamente progressisti innamorati dell’innovazione tecnologica e delle meraviglie del cyber capitalismo, senza un’idea che sia una per risolvere il problema delle sue conseguenze sui più deboli, sulle piccole imprese non tecnologiche, su un modello sociale che non sta più in piedi.
    Alé

  2. Certo. E anche noi fummo i comunisti. Quelli che, nonostante il’68 ci promettesse libertà infinite e seducenti congiungimenti tra privato e pubblico, cominciammo a frequentare metodicamente le sezioni; andammo a volantinare ció che il Partito ci chiedeva di volantinare davanti alle porte della Fiat, della Michelin, della Teksid eccetera; partecipammo a tutti i congressi portando la nostra voce purtuttavia dissonante e avversa alla “burocrazia di partito”; marciammo per la pace e contro tutte le dittature,; capi,mo presto che qualcosa non quadrava, di là della cortina di ferro; scendemmo quindi in piazza per Praga e Jan Palak; capimmo bene che era finita “la spinta propulsiva”; approvammo l’austerità ma non ci piacque molto il “compromesso storico”; festeggiammo lo Statuto dei lavoratori; piangemmo calde lacrime per Berlinguer e…e…e…E adesso Renzi? Ma fatemi il piacere!

    1. Oh, Dunia, non ci metteremo a litigare su Renzi. Il poverino – perché adesso di un poverino si tratta – è emerso per via di un vuoto che si era creato. Si era esaurita ogni capacità innovativa dei nostri, o di quelli che avrebbero dovuto reggere il peso dell’eredità storica comunista. E’ stato scialacquato un patrimonio. Gli archivi permettono se non altro di misurare la perdita.

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