La classe aspirazionale

Anna Momigliano, L’illusione di essere élite. Ritratto della classe aspirazionale, tra meccanismi di compensazione, negazione e lotta di classe anagrafica, Rivista Studio, 10 luglio 2017

… In The Sum of Small Things: A Theory of the Aspirational Class, pubblicato dalla Princeton University Press a fine maggio, la sociologa e urbanista Elizabeth Currid-Halkett teorizza l’avvento di una nuova categoria sociale unita più da una sensibilità etica ed estetica che da parametri economici: una «nuova élite culturale» che si concentra nelle grandi città globali e che rivela la propria posizione «attraverso significanti culturali che trasmettono l’acquisizione di una conoscenza e di un sistema di valori». La «classe aspirazionale», come la definisce, si distingue per linguaggio, per i consumi culturali (l’abbonamento al New Yorker, sostiene l’autrice, è uno dei segni distintivi) e per la ricerca di prodotti «da intenditore» accompagnata da una certa ossessione per l’autenticità e la trasparenza: che si tratti di formaggi da gourmand o di birra artigianale, di scrub biodegradabili o di t-shirt prodotte in Europa, ogni acquisto deve rifuggire la massificazione e «raccontare una storia». Un altro tratto ricorrente è una notevole cura della persona, incarnata in corsi di yoga, pilates e crossfit, che, nelle donne, si somma a una ritrovata vocazione a una genitorialità tradizionale: allattamento al seno prolungato, pappe fatte in casa, e via dicendo. È una categoria che si sovrappone soltanto in parte alla “classe creativa” teorizzata un decennio fa da Richard Florida e a quella dei cosiddetti “knowledge workers”, i professionisti altamente qualificati, perché implica il possesso di conoscenza, ma non necessariamente di quelle conoscenze richieste sul mercato.

La teoria di Currid-Halkett può essere riassunta in due punti. Primo, le nuove élite culturali, se paragonate con quelle che le hanno precedute, tendono a dedicare molte più risorse ai beni immateriali rispetto a quelle che dedicano ai beni materiali, dunque istruzione, viaggi, corsi e abbonamenti a Netflix hanno la precedenza rispetto a tappeti ed elettrodomestici; però quando si dedicano ai beni materiali, lo fanno con un’attenzione al dettaglio quasi maniacale. Sono due facce della stessa medaglia: viviamo nell’era dell’abbondanza, in cui tutti possono accumulare oggetti, dunque chi desidera distinguersi dalle masse non ha che da consumare meno e consumare meglio (uno dei capitoli più interessanti è dedicato alla “voluntary simplicity”, la semplicità volontaria che non è anticonsumismo, e nemmeno decrescita felice, ma una dichiarazione di sapere apprezzare le cose giuste; la parola “organic”, biologico, è ripetuta quaranta volte nel libro; “artigianale” quattordici e “autentico” dodici). È l’opposto, e insieme la conferma, di quello che Thorstein Veblen diceva della classe agiata alla fine dell’Ottocento, quando sosteneva che la funzione principale dei loro «consumi vistosi» era differenziarsi dai più: in un’epoca in cui i consumi vistosi sono alla portata di molti, se non proprio di tutti, l’élitismo si rifugia in quelli che Currid-Halkett definisce i «consumi non vistosi». Il suo secondo punto è che la classe aspirazionale è una classe, anche se include individui di reddito assai diverso tra loro: «Ci sono membri della classe aspirazionale che sono ricchi, avvocati di grandi studi che spendono fortune in rette universitarie dell’Ivy League e in fragole biologiche. Altri, come gli sceneggiatori disoccupati e i laureati in design, possono a malapena partecipare economicamente a questo mondo, ma trovano altri mezzi per affermare l’appartenenza a esso».

… L’elemento meno convincente di The Sum of Small Things consiste proprio nel mettere sullo stesso piano élite culturale ed élite economica, quasi a dire che sono la stessa cosa e che, anche quando non lo sono, poco importa: «Gli hipster disoccupati frequentano gli stessi caffè degli sceneggiatori che hanno successo a Hollywood», scrive a un certo punto l’autrice, come se bastasse un frappuccino a chiudere la questione. Che senso ha parlare di élite, come fa Currid-Halkett, ignorando le divisioni di reddito? E la sua teoria della classe aspirazionale può essere applicata al contesto italiano, dove la disparità tra istruzione e reddito è forse ancora più marcata? Per chiarirmi le idee, ho fatto due chiacchiere con Massimo Zanetti, un sociologo che si occupa proprio di classi sociali e che insegna all’università della Valle d’Aosta. Prima di tutto, dice Zanetti, bisogna distinguere tra «classe» e «ceto»: la classe, specie nella concezione di Max Weber, dipende dalla posizione in relazione al mercato del lavoro, mentre il ceto è una forma di distinzione sociale legata agli stili di vita e ai consumi culturali. In tempi recenti, puntualizza, «lo squilibrio tra condizione reddituale e ceto si sta verificando più frequentemente». Questo è particolarmente vero in Italia, prosegue il sociologo, «dove le differenze di classe corrono soprattutto sulle linee generazionali»: in altre parole, più siamo vecchi, migliore è la nostra posizione in relazione al mercato del lavoro; o, parafrasando una vecchia battaglia di Studio, in Italia la vera lotta di classe è quella anagrafica, e questo si traduce in una sovrapposizione ancora minore tra élite culturale ed élite finanziaria. Zanetti qui introduce una chiave di lettura interessante per capire certe dinamiche di consumo delle élite culturali: «I consumi hanno sempre un aspetto simbolico. Se voglio mantenere una distinzione, ma ho pochi mezzi per farlo, allora una buona strategia è accentuare questo aspetto simbolico. Creo nuovi segni distintivi, in alcuni casi, magari, facendo di necessità virtù: basti pensare a come l’uso della bicicletta in città non sia più vissuto come una diminutio ma come un segno di distinzione».

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http://www.rivistastudio.com/long-form/classe-aspirazionale-elite/

https://palomarblog.wordpress.com/2017/07/14/dove-si-infila-la-differenza/

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5 pensieri su “La classe aspirazionale

  1. Anche la sociologia non è più quella di una volta, signora mia! Dunque vediamo: oggi non ci sarebbero più classi sociali aggregate secondo interessi economici , caratterizzati da rapporti di produzione e relazioni di proprietà ben distinti, bensì “classi” intese come aggregazioni di fatto essenzialmente culturali, comunque non-materiali, connotate da scelte estetiche e in parte anche etiche accomunanti. Cosicché non vi sarebbe più una prospettiva di conflitto, in difesa di privilegi o di condizioni economiche più vantaggiose di altre o -al contrario- in attacco a tali privilegi e alla ricerca se non del ribaltamento delle posizioni almeno della redistribuzione delle ricchezze.
    E’ come dire che il desiderio di un nuovo smartphone, di un più raffinato yogurt o di un jeans con più definiti tagli al ginocchio renderebbe corrivi e definitivamente subordinati nei confronti di chi detiene il potere economico greggi di disoccupati, nerd, neet, e altri soggetti variamente collocati nella classe “aspirazionale”. In sostanza la lotta di classe di stile marxiano sarebbe stata superata da quella weberiana, spostata tutta sul piano culturale, o meglio sul piano della rincorsa a ciò che è o appare, ciò che è e che ti fa apparire, più cool…
    Mi chiedo se questa sia la speranza di chi di fatto appartiene alle classi più alto-locate e degli intellettuali che se ne fanno (consapevolmente?) portavoce, o se sia la vera spiegazione dell’assenza apparente di conflitto che caratterizza le società una volta affluenti e oggi annaspanti dell’occidente.
    Mi sembra che la situazione richieda una lettura più attenta e acuta di diversi accadimenti degli ultimi tempi, comead esempio i fatti del G20 di Amburgo e di altre situazioni di conflitti spot che si manifestano qua e là, aggregando figure socialmente e politicamente non ben definite, ma di certo economicamente emarginate.
    Quello che sembra più evidente e facile da interpretare, è la spaccatura verticale tra chi si trova nella stessa condizione in relazione ai rapporti di produzione, a seconda che riceva una retribuzione, anche se inadeguata, e chi ne viene espulso. E la mancanza di capacità di aggregarsi orizzontalmente (sul piano politico e sindacale, oltre che su quello culturale) e avvicinarsi a coloro che in quei rapporti di produzione non possono e a volte non vogliono del tutto entrare.

    1. Massimo Zanetti era tra i relatori al precedente incontro sulla disuguaglianza. Per quanto ne so, è schierato su posizioni di sinistra sinistra. Non sarebbe male dargli modo di spiegarsi meglio in un dialogo con un sociologo fedele alla lezione marxiana.

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