La ricchezza a portata di mano

Si illudono di essere parte dell’élite gli appartenenti alla classe aspirazionale, relegati ai margini del mondo formato dai ricchi veri. Qualcosa del genere era accaduto anche prima che il consumismo esplodesse arrivando a occupare un’area sociale molto vasta che includeva gli stessi ceti medi e vari strati della classe operaia. Era la situazione tipica descritta nel primo romanzo di Georges Pérec, Le cose. Una storia degli anni Sessanta (1965). Eccone degli estratti.

 

Tutto sarebbe marrone, ocra, fulvo, giallo: un universo di colori un po’ appassiti, dai toni dosati accuratamente, quasi con preziosità, in mezzo ai quali sorprenderebbero alcune macchie piú chiare: l’arancione quasi sgargiante di un cuscino, qualche volume variopinto sperduto fra le rilegature. In pieno giorno la luce, entrando a fiotti, renderebbe quella stanza un po’ triste, nonostante le rose. Sarebbe una stanza per la sera. Allora, d’inverno, tirate le tende, con alcuni punti di luce – l’angolo delle librerie, la discoteca, il secrétaire, il tavolino fra i due divani, i vaghi riflessi nello specchio – e le vaste zone d’ombra dove brillerebbe ogni cosa: il legno lucido, la seta pesante e ricca, il cristallo molato, il morbido cuoio, sarebbe un porto di quiete, un mondo di felicità.

…  La vita, qui, sarebbe facile, sarebbe semplice. Tutti gli obblighi, tutti i problemi che comporta la vita materiale, troverebbero un’ovvia soluzione. Una domestica verrebbe ogni mattina. Ogni quindici giorni sarebbero consegnati a domicilio il vino, l’olio, lo zucchero. Ci sarebbe una cucina ampia e luminosa, con piastrelle azzurre stemmate, tre piatti di maiolica decorati di arabeschi gialli, a riflessi metallici, armadi a muro dovunque, una bella tavola di legno bianco al centro, sgabelli e panche. Sarebbe piacevole venire a sedersi ogni mattina dopo la doccia, appena vestiti. Sulla tavola sarebbero pronti una grande burriera di grès, barattoli di marmellata, miele, fette di pane tostato, pompelmi tagliati a metà. Sarebbe presto. Sarebbe l’inizio di una lunga giornata di maggio.

…  Talora avrebbero l’impressione che tutta una vita potrebbe armoniosamente trascorrere fra quelle pareti ricoperte di libri, fra quegli oggetti cosí perfettamente familiari che finirebbero per ritenerli creati da sempre per il loro esclusivo consumo, fra quelle cose belle e semplici, dolci, luminose. Ma non se ne sentirebbero vincolati: certi giorni, se ne andrebbero alla ventura. Nessun progetto sarebbe loro impossibile. Non conoscerebbero il rancore, l’amarezza, l’invidia, dato che i loro mezzi e i loro desideri si accorderebbero su ogni punto, in ogni tempo. Quest’equilibrio lo chiamerebbero felicità, e saprebbero, in virtú della libertà, della saggezza, della cultura, preservarla, scoprirla in ogni momento della vita comune.

…  Gli sarebbe piaciuto essere ricchi. Credevano che avrebbero saputo esserlo. Avrebbero saputo vestirsi, guardare, sorridere come persone ricche. Avrebbero avuto il tatto, la discrezione necessari. Avrebbero dimenticato la loro ricchezza, avrebbero saputo non ostentarla. Non se ne sarebbero vantati. L’avrebbero respirata. I loro piaceri sarebbero stati intensi. Gli sarebbe piaciuto camminare, bighellonare, scegliere, gustare. Gli sarebbe piaciuto vivere. La loro vita sarebbe stata un’arte del vivere.

Tutto ciò non è facile, anzi. Per quei due giovani, che non erano ricchi, ma che desideravano esserlo solo perché non erano poveri, non poteva esserci situazione piú scomoda. Avevano solo ciò che meritavano di avere. Proprio nel momento in cui sognavano spazio, luce, silenzio, erano riportati alla realtà, neppure sinistra, ma semplicemente angusta – e forse era ancor peggio – di un alloggio esiguo, dei pasti quotidiani, delle vacanze rimediate. Era ciò che corrispondeva alla loro situazione economica, alla loro posizione sociale. Era la loro realtà, e non ne avevano un’altra.

… Sognavano di vivere in campagna, al riparo da ogni tentazione. La loro vita sarebbe frugale e limpida. Avrebbero una casa di pietra bianca, all’ingresso di un villaggio, caldi pantaloni di velluto a coste, grosse scarpe, una giacca a vento, un bastone con la punta di ferro, un cappello, e farebbero ogni giorno lunghe passeggiate nei boschi. Rincaserebbero poi per prepararsi tè e toast, come gli inglesi, metterebbero grossi ceppi nel caminetto; metterebbero il disco di un quartetto che non si stancherebbero mai di sentire, leggerebbero i grandi romanzi che non avevano mai avuto tempo di leggere, accoglierebbero gli amici.

Queste evasioni campestri erano frequenti, ma raramente raggiungevano lo stadio di veri progetti. Due o tre volte, è vero, s’interrogarono sui mestieri che la campagna poteva offrirgli: non ce n’erano. L’idea di diventar maestri li sfiorò un giorno, ma se ne disgustarono subito, pensando alle classi sovraccariche, alle giornate massacranti. Parlarono vagamente di diventare librai ambulanti, o di andare a fabbricare ceramiche rustiche in una masseria abbandonata della Provenza. Poi gli piacque immaginare che sarebbero vissuti a Parigi solo tre giorni alla settimana, guadagnandovi quanto bastava per vivere agiatamente il tempo che rimaneva nella Yonne o nel Loiret. Ma questi embrioni di partenza non andavano mai molto in là: non ne consideravano mai le possibilità o, piuttosto, le impossibilità reali.

Sognavano di abbandonare il lavoro, di mollare tutto, di partire alla ventura. Sognavano di ricominciare da zero, di ricominciare tutto su basi nuove. Sognavano rotture e addii.

http://www.tecalibri.info/P/PEREC_cose.htm

https://palomarblog.wordpress.com/2017/07/10/la-classe-aspirazionale/

https://palomarblog.wordpress.com/2017/07/14/dove-si-infila-la-differenza/

arton2750
Georges Pérec

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