Il patriottismo economico di Macron

Federico Fubini, Debito e disavanzo, in Francia prime crepe del patriottismo economico, Corriere della Sera, 29 luglio 2017

Si sta chiudendo un’altra settimana intensa per il patriottismo economico, ma è niente rispetto a ciò che ha già offerto la storia di questi anni. La nazionalizzazione di Stx France potrebbe costare alcune decine di milioni, mentre negli ultimi anni il governo non ha esitato a lanciarsi in interventi per vari miliardi. Nel 2014 Parigi per esempio ha preso una partecipazione del 13,7% in Psa Peugeot Citroën «temporaneamente», quindi pochi mesi fa il Tesoro è organizzato per mantenere la quota senza scadenza. Nel 2015 François Hollande, allora presidente, aveva aumentato dal 15% a quasi il 20% del capitale anche l’investimento in Renault, concorrente di Peugeot. Ora quella presenza impedisce l’integrazione con l’alleato giapponese Nissan.

Fondato sul denaro pubblico, questo modello non taglia fuori solo gli investitori italiani. Per questo oggi non conta capire se Emmanuel Macron condivida o meno un approccio del genere. Esso è radicato nel Paese da prima che il nuovo presidente nascesse. Ha senso invece chiedersi se il patriottismo economico sia sostenibile finanziariamente, dopo quanto è accaduto negli ultimi anni. La traiettoria della Francia dall’inizio della crisi induce a dubitarne: è difficile scacciare il dubbio che l’interventismo alla lunga possa limitare la libertà politica di movimento di Parigi, date le linee di faglia che si stanno aprendo sotto la superficie dell’economia transalpina.

La Francia spicca per alcuni fattori che la rendono un caso speciale in Europa. È (quasi) unica la notevolissima produttività del lavoro, in primo luogo. Secondo i calcoli di Erik Nielsen, capo economista di Unicredit, un addetto in un’impresa transalpina produce in media 57,50 euro per ora lavorata: molto più di quanto accada in Italia o anche in Gran Bretagna. Un secondo ingrediente di solidità è poi la dinamica demografica di un Paese dove continuano a nascere due figli per donna, mentre l’Italia è scesa a 1,3 e la Germania resta ferma a 1,5.

Nessuno di questi fattori riesce però a eliminare la specificità che rende la Francia vulnerabile nell’area euro: è la sola economia che continua a produrre debito in maniera insostenibile e dal 2010 lo ha fatto più di qualunque altro Paese europeo o del Gruppo delle sette. L’interventismo dei presidenti e dei governi che si succedono alla lunga non sembra compatibile con questa accumulazione di oneri finanziari nel governo, nelle imprese e nelle famiglie. Le dimensioni finanziarie in gioco suggeriscono che Emmanuel Macron prima o poi dovrà scegliere il risanamento e la pervasività dello Stato nell’economia.

Dal 2010 la somma del debito pubblico, delle famiglie e delle imprese non finanziarie in Francia è cresciuto rapidamente: dal 242% al 282% del reddito nazionale (Pil). Si tratta di un caso unico, per dinamica e dimensioni. Negli stessi anni il debito nell’area euro è sceso di dieci punti al 253% del Pil, in Germania è crollato di circa 40 punti al 171%, in Italia è salito di sei al 251%, mentre persino in Grecia il debito totale è salito di meno che nell’economia transalpina. Quanto al debito pubblico, è cresciuto più in Francia (più 15% del Pil) che in Italia (14%) dall’inizio della crisi dell’euro, benché in questi sei o sette anni l’economia transalpina sia cresciuta e quella italiana sia caduta. Ciò significa che se la Francia fosse entrata in recessione dopo il 2010, o lo facesse, l’attuale bilancio provocherebbe un’esplosione degli oneri finanziari.

Non è strano. Negli ultimi vent’anni il governo di Parigi ha chiuso in media il bilancio in disavanzo dell’1,1% del Pil prima di pagare gli interessi sul debito, un dato pari a quello della Grecia (Italia e Germania rispettivamente in surplus del 2,1% e dello 0,2%). Tuttora questo tipo di deficit del governo francese è il più alto dell’area euro. Non è un caso se la posizione finanziaria netta della Francia con l’estero — fra debiti e crediti — si sia deteriorata in questi anni e oggi sia persino più negativa quella dell’Italia.

Questi squilibri hanno implicazioni politiche, perché un’economia che produce tanto debito non è in grado di sopportare tassi d’interesse in crescita. La stabilità della Francia dipende dalla sua possibilità di finanziarsi a costi molto simili a quelli della Germania, dunque il governo di Parigi ha sempre bisogno di mantenere ottimi rapporti con Berlino. Non proprio un lasciapassare perché, al momento della verità, Macron possa imporsi su Angela Merkel. Oggi non può.

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