Calvino, la sfida al labirinto

Il Menabò 5, Torino, Einaudi 1962, ripubblicato in Italo Calvino, Una pietra sopra: discorsi di letteratura e società, Einaudi, Torino 1980

… Da una parte c’è l’attitudine oggi necessaria per affrontare la complessità del reale, rifiutandosi alle visioni semplicistiche che non fanno che confermare le nostre abitudini di rappresentazione del mondo; quello che oggi ci serve è la mappa del labirinto la più particolareggiata possibile. Dall’altra parte c’è il fascino del labirinto in quanto tale, del perdersi nel labirinto, del rappresentare questa assenza di vie d’uscita come la vera condizione dell’uomo. Nello sceverare l’uno dall’altro i due atteggiamenti vogliamo porre la nostra attenzione critica, pur tenendo presente che non si possono sempre distinguere con un taglio netto (nella spinta a cercare la via d’uscita c’è sempre anche una parte d’amore per i labirinti in sé; e del gioco di perdersi nei labirinti fa parte anche un certo accanimento a trovare la via d’uscita).

Resta fuori chi crede di poter vincere i labirinti sfuggendo alla loro difficoltà; ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, dato un labirinto, di fornirne essa stessa la chiave per uscirne. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che il passaggio da un labirinto all’altro. È la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto.


 

Norberto Bobbio, Il dubbio e la ragione, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993

Possiamo raffigurarci la storia umana come un immenso labirinto. Quando ci troviamo in un labirinto, una cosa sola sappiamo: che esiste una via d’uscita. Ma non sappiamo come si faccia ad arrivarci. Tentiamo una strada a caso, e solo quando battiamo la testa contro il muro, torniamo indietro e ne tentiamo un’altra. Così di seguito. Via via che procediamo , pur restando ignota la via d’uscita, le possibilità di sbagliare diminuiscono. Conosciamo almeno le vie che non conducono alla meta: le vie bloccate. Analogamente, di fronte al cammino storico dell’umanità, sappiamo che esiste una via d’uscita; non sappiamo come raggiungerla. Tutta la storia umana può considerarsi un insieme ditentativi, quasi sempre disperati, di uscire dal labirinto. Ma non è vero che la vicenda storica non ci abbia insegnato nulla, come stoltamente e cinicamente si ripete. Conosciamo le vie bloccate, le vie già tentate ed esaurite, e che non dovremo più avere la tentazione di ripercorrere.

Id., Autobiografia, a cura di Alberto Papuzzi, Laterza, Roma-Bari 1997

Chi entra in un labirinto sa che esiste una via d’uscita, ma non sa quale delle molte vie che gli si aprono innanzi di volta in volta vi conduca. Procede a tentoni. Quando trova una via bloccata torna indietro e ne prende un’altra. Talora la via che sembra più facile non è la più giusta; talora, quando crede di essere più vicino alla meta, ne è più lontano, e basta un passo falso per tornare al punto di partenza. Bisogna avere molta pazienza, non lasciarsi mai illudere dalle apparenze, fare, come si dice, un passo per volta, e di fronte ai bivi, quando non si è in grado di calcolare la ragione della scelta, ma si è costretti a rischiare, essere sempre pronti a tornare indietro.

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