Replica a Baricco: dove sta il nuovo

Paolo Di PaoloNé élite, né popolo, chi guida il pianeta ne fa a meno, la Repubblica, 15 gennaio 2019

Di che cosa parliamo quando parliamo di élite?

L’intervento di Alessandro Baricco ( Repubblica dell’11 gennaio) sul patto andato in frantumi fra le élite e “la gente” proietta la discussione su un doppio piano: politico e culturale. E spinge a interrogarsi anche sul lessico. Che cosa sono, di preciso, le élite del ventunesimo secolo?

Stanche estensioni di quelle novecentesche? Chi sono gli uomini al comando? Contano più loro o un opaco sistema di procedure? E “la gente”? È un’astrazione concettuale?

Emanuele Coccia è un filosofo quarantenne, maître de conférences all’École des Hautes Études di scienze sociali a Parigi: da quei corridoi sono passati Foucault e Derrida. Ha scritto fra l’altro un saggio sorprendente, La vita delle piante. Metafisica della mescolanza (il Mulino), che discute il nostro sguardo antropocentrico ripartendo dal mondo vegetale. Di Baricco, Coccia ha apprezzato il libro sulla rivoluzione digitale, The Game («fa un lavoro di riflessione importante che i suoi coetanei nemmeno si sognano di fare»), ma è più perplesso sulla contrapposizione élite/collettività del lungo articolo pubblicato su queste pagine.

«L’opposizione fra élite e popolo – spiega al telefono da Parigi – è lo storytelling di questa stagione, ma non corrisponde alla realtà.

Trump fa parte delle stesse élite del Novecento, così come Salvini.

E i gilets jaunes, per stare alla situazione francese, non sono il popolo: non ci sono migranti, non ci sono neri, non ci sono maghrebini, sono tutti piccolo-borghesi francesi, proprietari di piccola impresa.

Bianchi, eterosessuali, spesso omofobi, antisemiti, spalleggiati dall’élite intellettuale antimacroniana».

Quindi occorre già ripensare il concetto di élite?

«Le élite odierne non sono vere élite, non riescono a guidare nulla. Non sono ai posti di comando dello Stato, né dell’economia. Si tratta di gruppi sociali o aggregazioni culturali eteroclite, spaventate e indebolite da cambiamenti di cui nessuno, in questo momento, è capace di misurare la portata. Se vuole, queste battaglie somigliano molto a quelle fra gang in un film come Gangs of New York di Scorsese».

Una guerriglia fra pezzi di élite?

«Temo di sì. E presto vedremo la Storia che verrà con il cannone a ricordarci che sono scaramucce da periferia dell’Impero (perché comunque non bisogna mai dimenticare che il futuro oggi si costruisce tra Dubai e Pechino, e tutto quello che succede al di qua è semplice brusio di periferia).

Inutile volerci costruire sopra.

Sono reazioni spaventate all’interno di piccole nazioni travolte dai mutamenti geopolitici e tecnologici».

Ma delle rivendicazioni sociali, economiche, dell’insofferenza per ogni tipo di mediazione che lettura dà?

«Niente di nuovo. Prendiamo ancora i gilets jaunes: chiedono aumenti salariali e esenzioni fiscali: cosa c’è di nuovo in questo? Lo stesso vale per l’elettorato di Salvini o di Trump. Il nuovo è altrove, sia geograficamente sia culturalmente. Il nuovo è la crisi climatica che, di qui a cinquant’anni, farà sì che in Italia non avremo acqua per tutti. Il nuovo è il fatto che la ricchezza non è più prodotta attraverso il lavoro e che bisogna costruire un modello di umanità che sappia spendere il tempo (infinito) e darsi un senso della vita senza lavorare.

Il nuovo è il fatto che la famiglia borghese non riesce più a contenere le forme e le intensità dell’amore di oggi e che bisognerà inventare nuove modalità di gestione dell’infanzia. Il nuovo è che il dominio politico-economico esercitato dalla Cina e spalleggiato dalla Russia non ha più bisogno di nessuna forma di egemonia culturale. I nuovi padroni del pianeta dominano senza che nessuno – né nel popolo né nelle élite – se ne renda davvero conto. Il resto sono solo piagnistei: poco importa che siano piagnistei di chi si autoproclama “popolo” o “élite”».

Lei che insegna in un’importante istituzione universitaria non si sente quindi parte dell’élite sotto assedio?

«Mi sento assediato semmai da colleghi che si trascinano dietro saperi nati nel diciannovesimo secolo e mai aggiornati. Vanno in giro con un taccuino a parlare con le persone, ignorando che esistono i Big Data. Le università, che sono il deposito di sapere degli Stati, accolgono un mare di idiozie inutili. Una gran parte delle discipline legate alle scienze umane non dicono più niente, sono incrostate di pregiudizi ideologici, basate su una separazione fra mondo umano e mondo naturale che Darwin aveva superato già nel 1859».

La strada qual è?

«Rifondare i modelli di insegnamento, obbligare gli studenti di informatica a studiare letteratura e viceversa, mescolare le carte, ovvero le discipline.

Evitare che un docente di filosofia sia completamente digiuno di informatica».

Questo lo pensa anche Baricco.

«In certe facoltà umanistiche dovrebbe entrare qualcuno urlando: uscite di qui, state sognando i sogni dei vostri nonni!

C’è uno spreco umano e generazionale enorme, gente parcheggiata e schiacciata da docenti in fondo reazionari, che ripetono schemi fuori dal tempo e non hanno mezza idea nuova. Le persone più interessanti oggi le trovi non fra chi studia sociologia, ma fra chi studia economia, informatica, design, moda».

Come se ne esce vivi?

«Su questo do ragione a Baricco: studiando».

 

4 pensieri su “Replica a Baricco: dove sta il nuovo

  1. Questa replica di Paolo di Paolo offre lo spunto per considerazioni che possono alimentare un dialogo, forse già abbozzato in questo blog da uno scambio di commenti, sul contributo della Mazzucato.

    Per inquadrare meglio le considerazioni che farei, richiamate dalla conversazione telefonica con il filosofo Emanuele Coccia, proporrei di partire da un post letto sul sito raiawadunia, che cita Stefano Rodotà sull’importanza dei diritti umani.

    Se i diritti sono uno strumento per combattere l’ingiustizia, allora oggi, vista la disponibilità di strumenti che permettono modalità di comunicazione non ancora sperimentate, sono i cittadini che devono far valere il loro diritto ad essere ascoltati.

    Per affermarlo con cognizione di causa si può valutare la situazione creata dal recente dibattito sulla crisi di fiducia delle masse nei confronti delle élite, avviato dal saggio “the Game” di Alessando Baricco e dal suo articolo “E ora le élite si mettano in gioco” [la Repubblica, 11 gennaio 2019.]

    Alcuni aspetti della situazione, riproposti con commenti in via di pubblicazione su “palomarblog”, sembrano delineare la necessità di una ricerca di chiarezza sul significato delle parole usate per descriverla.

    Ha senso parlare di élite e/o di insurrezione mentale, come fattori incontrastabili di una innovazione digitale che privilegia gli interessi di chi coltiva interessi di mercato e/o di partito?

    Ha senso parlare di masse, gente e/o popolo? Non ci si dovrebbe invece riferire ai “cittadini” e al loro diritto a non essere sfruttati come risorse per alimentare quegli interessi?

    Quale interlocutore istituzionale potrebbe assumere un ruolo di coordinamento per una ricerca di risposte, alle precedenti domande, che contribuiscano a rendere comprensibili, anche a Ministri dell’attuale Governo, situazioni come quella denunciata dal Prof Cacciari?

    Riferimenti per questo commento e proposta di ricerca di dialogo “operativo”:
    1)
    https://raiawadunia.com/massimo-cacciari-stanno-distruggendo-la-civilta-europea-e-finanziando-lager-nazisti-in-libia/
    2)
    https://palomarblog.wordpress.com/2019/01/12/baricco-vanamente-barocco/
    3)
    https://palomarblog.wordpress.com/2019/01/14/quello-che-baricco-non-vede/
    4)
    https://palomarblog.wordpress.com/2019/01/15/replica-a-baricco-dove-sta-il-nuovo/

      1. Ritiro il mio precedente commento. Non può trovare interlocutori disponibili a parlarne.

        Se un filosofo ritiene che nelle facoltà umanistiche … “dovrebbe entrare qualcuno urlando: uscite di qui, state sognando i sogni dei vostri nonni! … vuol dire che io, “nonno”, posso smettere di sognare che le scienze umanistiche arrivino un giorno a capire cosa si sono perse.

        I sogni dei nonni, se sono rimasti sogni, dovrebbero indurre gli umanisti a fare quello che in informatica si chiama trace back; dovrebbero risalire alle cause [sociali] che hanno impedito a certi sogni dei nonni di realizzarsi.

        Cosa ha impedito all’Olivetti di diventare leader europeo dei “sistemi aperti”?

        Cosa ha impedito alla Commissione Europea di armonizzare gli acquisti di “sistemi aperti” delle Pubbliche Amministrazioni degli Stati Membri?

        Alle risposte non si può arrivare “studiando”. Ci si può arrivare solo “imparando”.

        All’inizio della nostra relazione con la tecnologia dell’informazione, quando tutto era nuovo e nessuno sapeva “come” si doveva fare, chi si avventurò per primo iniziò ad imparare grazie alla possibilità di appartenere ad “ambienti” che permettevano di vivere quella relazione, alla pari. Si imparava vivendo, giorno per giorno, problema per problema.

        Quegli ambienti si costituirono grazie a politiche che, in retrospettiva, se la sociologia lo permette, chiamerei “partecipative”. L’adozione di quelle politiche fu stimolata dalla necessità di prevenire il rischio di farmmentazione dei processi cognitivi dei primi avventurieri. Gli aspetti economici e culturali, delle situazioni che indussero a creare quegli ambienti, contribuirono enormemente a prendere la strada dell’apprendimento progressivo.

        Continuo il mio monologo – iniziato 36 anni fa – su http://www.casarayuela.eu

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