Landini sul Def

Roberto Giovannini, La Flat tax è una presa in giro Così il Paese andrà a sbattere”, La Stampa, 12 aprile 2019

«In autunno avevamo detto che la manovra del governo gialloverde era recessiva. Purtroppo avevamo visto giusto: se non si rilanciano gli investimenti pubblici e privati crescita non ce n’è, e se non si riducono seriamente le diseguaglianze la crisi non si risolve. Il Def appena varato certifica il fallimento delle ricette sin qui adottate. Siamo in una situazione pericolosa e purtroppo il governo continua a fare campagna elettorale con idee sbagliate rifiutandosi di avviare un vero confronto con le forze sociali».

Segretario Maurizio Landini, si riferisce alla flat tax?
«Anche, ma non solo. La tassa piatta è una presa in giro per chi paga le tasse, in un Paese che ogni anno registra 120 miliardi di evasione fiscale e 50-60 dispersi in corruzione, con una pressione elevatissima sul lavoro dipendente e sui pensionati troppo alta. E poi la nostra Costituzione dice che la tassazione deve essere progressiva».
Ma questa, parrebbe, è una flat tax progressiva, e per il ceto medio.
«Frottole. Un sistema progressivo è altra cosa. Serve una profonda riforma fiscale, che allarghi davvero la platea alleggerendo il peso su salario e pensioni, che semplifichi, e cancelli le norme pro-elusione ed evasione, che potrebbe essere efficacemente stroncata. Un sistema in cui si pagano tasse giuste, in cui si garantiscono diritti sociali veri, in cui si crea lavoro. Con Cisl e Uil avanzeremo una proposta concreta di riforma».
Il Fondo monetario internazionale, sulla patrimoniale in Italia, sembra pensarla come voi.
«È evidente: mai come oggi c’è stato un livello tanto alto di disuguaglianze sociali, economiche e di condizioni di vita. Uno strumento fiscale, nell’ambito di una riforma, è necessario: chiamiamolo come volete, troviamo la forma più intelligente, ma la strada è quella. Il Fmi parla di tassazione dei patrimoni e della ricchezza non per cambiare il modello capitalistico, ma per evitare una crisi della tenuta democratica. Chi più ha, più deve dare. Per creare lavoro, e per cambiare il modello di sviluppo: cosa produciamo, come lo produciamo, con che sostenibilità ambientale, e senza accettare la guerra al ribasso tra le persone».
Si va verso lo sciopero generale di Cgil-Cisl-Uil contro il governo?
«A ottobre del 2018 abbiamo presentato un pacchetto di proposte. Il governo non ha voluto tenerne conto, e ha esautorato il Parlamento in nome di un “contratto di governo” tra privati. Oggi è sotto gli occhi di tutti che il governo ha sbagliato le previsioni e che il Paese rischia di andare a sbattere perché i conti non tornano. Noi siamo in campo: un primo maggio di mobilitazione, poi ci saranno i lavoratori agricoli e forestali, la conoscenza, i pensionati, il pubblico impiego, i metalmeccanici, e torneremo a Reggio Calabria sul Mezzogiorno. Se il governo non discuterà le nostre proposte insieme a Cisl e Uil proseguiremo con le lotte necessarie».
State marciando per chiedere lo sblocco dei cantieri e delle infrastrutture insieme agli imprenditori?
«No, stiamo chiedendo lavoro di qualità e sviluppo. Così com’è, il decreto “sbloccacantieri” non va bene. Aumentando e liberalizzando il subappalto, tornando al General Contractor in cui il controllore è anche il controllato, anziché ridurre tempi e burocrazie si peggiorano le cose su sicurezza, diritti, lotta al malaffare. Non so se tutti gli imprenditori la pensano come noi su questo. Se il nostro sistema produttivo è inefficiente, se le condizioni delle persone sono peggiorate, se pezzi di economia sono in mano alla malavita organizzata è proprio per la liberalizzazione di appalto, subappalto e finte cooperative. Le associazioni si battano con noi perché si affermi un’idea di qualità del lavoro e del fare impresa: a uguale lavoro, uguale salario, diritti, tutele e basta con contratti pirata e il massimo ribasso».

Si torna a parlare della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende. Voi della Cgil che ne pensate?
«Nel 2017 abbiamo raccolto un milione e mezzo di firme in calce a una proposta di Carta dei diritti che tra le altre cose prevede norme per favorirla e regolamentarla. Come l’obbligo contrattuale per le imprese di dare informazioni preventive sulle scelte di investimento, sui nuovi prodotti, sulle fusioni, sulle politiche industriali, sull’organizzazione del lavoro, permettendo ai lavoratori di esprimere pareri e proposte di cui le imprese debbano tener conto. La partecipazione è un’idea più democratica di gestione dell’impresa, la fa funzionare meglio, ed è soprattutto uno strumento che dà più libertà alle persone». —

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