Il fascismo reale

Non sono molti di questi tempi i libri che possono offrire al lettore la sensazione del tuffo nella realtà di un tempo passato neppure tanto lontano e tuttavia coperto assai spesso da un’aura leggendaria. Tra questi ci sentiamo di citare la grande biografia di Hitler scritta da Ian Kershaw. Per la Russia staliniana la mente corre a un romanzo fluviale come Vita e destino di Vasilij Grossman. Sull’Italia al tempo di Mussolini noi ora abbiamo questo esile libro Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura, corruzione affarismo, a cura di Paolo Giovannini e Marco Palla. Sono appena 250 pagine, una quarantina delle quali a carattere introduttivo, tutt’altro che inutili queste ultime: con la loro impostazione problematica contribuiscono a fare la differenza con un altro libro sul tema, Mussolini e i ladri di regime, dovuto a Mauro Canali e Clemente Volpini, un racconto meticoloso questo che sembra confermare l’idea di un potere normalmente afflitto dalla malattia di una corruzione senza rimedio, con i maggiori protagonisti posti in fondo a chiudere il repertorio, i Ciano, il clan dei Petacci, Mussolini duce e padrino.

Nel libro a cura di Giovannini e Palla non c’è un capitolo a parte su Mussolini che in compenso è il personaggio di gran lunga più citato. Il duce qui svolge due funzioni: si preoccupa di garantire l’occultamento sistematico delle notizie sulla corruzione e tende a impedire la punizione dei fascisti colpevoli di arricchimento illecito. In ballo c’è la questione del doppio ordinamento sul quale la dittatura si regge: la legge dello Stato contro quella non scritta ma ugualmente valida del partito.

Nonostante il silenzio mediatico, la corruzione e l’affarismo erano ampiamente noti alla popolazione, come risulta dalle stesse carte fasciste. Come si spiega allora l’immagine tuttora persistente di un regime al riparo dagli scandali? La traccia della propaganda fascista si è mantenuta, mentre è stata rimossa l’immagine diffusa nell’opinione popolare del marciume diffuso. Intanto il tema della corruzione e dell’affarismo è uscito dall’orizzonte della ricerca storica. Andava rivalutato come merita e posto in primo piano. Qui sta soprattutto l’importanza del libro, che ha inoltre il grande merito di appartenere a una stagione di studi diversa da quella segnata dalla presenza dominante di Renzo De Felice. Sul tema del consenso prevale in particolare l’impostazione promossa da Paul Corner. Sotto una dittatura come quella, che tendeva al totalitarismo, il singolo non era certo messo in grado di scegliere liberamente tra l’adesione o la contrarietà al regime. Prevaleva se mai una zona grigia fatta di atteggiamenti intermedi tra le due polarità estreme del consenso e del rifiuto.

Superate le pagine introduttive quella che segue è una galleria di ritratti e percorsi biografici. Farinacci apre la serie, è un mediocre avvocato che accumula in modo illecito una cospicua fortuna. Mussolini lo sa e, in una occasione almeno, glielo fa notare apertamente. Non a questo fu dovuta la disgrazia del gerarca costretto a lasciare la segreteria del partito nel 1926, a perderlo fu la sua invadenza, la sua smania di comando.  Seconda figura della galleria, Costanzo Ciano che poi per via del figlio Galeazzo si trovò a essere imparentato con Mussolini. Ancora un mediocre che a Livorno crea un suo impero fatto di molteplici acquisizioni proprietarie e di una vasta clientela popolare. Se la figura di Farinacci è definita idealtipica, quella di Ciano è considerata esemplare. Si arriva poi al generale Cavallero che incarna molto bene la commistione tra industria ed esercito sotto l’ala protettiva del regime. Infine troviamo, studiati uno per uno, una serie di squadristi e gerarchi minori, dal marchigiano Riccardo Riccardi al siciliano Alfredo Cucco, con Raffaldi e Donella a Verona e Carlo Scorza, l’assassino di Giovanni Amendola, a Lucca.  Due casi a parte sono il conte Volpi di Misurata, reso tale dal re nel 1925, e i fascisti delle colonie. Giuseppe Volpi appare come un uomo di valore che arriva a servirsi del regime e al regime sopravvive, pur avendo abusato con il sostegno fascista del suo ruolo ufficiale. Mecenate, dotato di un suo pensiero autonomo, fa pensare all’individuo del Rinascimento secondo Burckhardt. Altra cosa ancora sono i fascisti delle colonie, dove è lo Stato a creare il partito, a illustrazione del fatto che tra i due ordinamenti – lo statale e il politico – non c’è una priorità netta valida per sempre.

Nel suo aspetto di testo letterario il libro sul fascismo dalle mani sporche è bello come un dipinto di Bruegel. Non un dipinto qualsiasi, non i giochi di bimbi né i proverbi fiamminghi, che sono entrambi composti da una miriade di scene diverse, non la torre di Babele, che tutto risolve nella mole imponente dell’edificio incompiuto. Il massacro degli innocenti possiede invece il taglio giusto. Unità della composizione, uno spazio concluso con un raggruppamento di soldati in alto e, tutt’intorno, lungo le case del villaggio e in primo piano, vari momenti distinti dell’unica vicenda. Una forte impronta comune, armonia di colori associate a una grande esattezza nella raffigurazione minuta dei singoli episodi. Si legge nell’introduzione al libro: “Gli studiosi di generazioni diverse che hanno collaborato si sono trovati a convergere sulle linee guida loro proposte dai curatori e hanno raggiunto, ciascuno nel proprio ambito e sviluppando le proprie specifiche ricerche in autonomia, una complessiva sintonia interpretativa”. Non si poteva sperare di meglio.

 

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