Nell’inquieta sorte nostra*

Simone Lorenzati

Ottantadue anni fa oggi moriva, dopo undici lunghi anni di carcere, Antonio Gramsci, uno dei pochi intellettuali italiani a godere di una notorietà mondiale. Lo si legge e lo si studia  proprio ovunque, non ultimo, ad esempio, negli Stati Uniti, patria del liberalismo. Un politico ed uno studioso fuori dal comune e dagli schemi, capace di andare oltre la semplice vulgata dei vari schieramenti. Comunista a suo modo, con la inclinazione a procedere molte volte per suo conto oltre Marx. Imprigionato molto presto dal regime fascista, è però lo stesso Gramsci che, quando ancora poteva prendere la parola in Parlamento, costringeva Mussolini a tendere l’orecchio, tra il brusio generale. A lui diventato prigioniero il duce riservò del resto sempre una particolare attenzione. Fino alla morte, annunciata con un breve e sprezzante messaggio: «E’ morto nella clinica privata Quisisana di Roma, dove era ricoverato da molto tempo, l’ex deputato comunista Gramsci». Un fonogramma del questore di Roma, il 28 aprile, dava conto dei funerali: «Comunico che questa sera, alle 19,30, ha avuto luogo il trasporto della salma noto Gramsci Antonio seguito soltanto dai familiari. Il carro ha proceduto al trotto dalla clinica al Verano dove la salma è stata posta in deposito in attesa di essere cremata». Gramsci che, nel pieno dei deliri comunisti verso i socialisti accusati di socialfascismo, sorprende il socialista Pertini in carcere mostrando di voler essere suo amico. Gramsci che si accorge, ben prima di altri e pure nel suo isolamento carcerario, delle piega che sta prendendo la Russia staliniana. Personalmente posso dire che, ormai una decina di anni fa, ho fatto una deviazione di cento km dal mio percorso di vacanze sarde per andare al suo museo a Ghilarza. E ricordo bene di essermi commosso vedendo l’albero in cortile di cui Gramsci scrisse in una delle Lettere dal Carcere. E con profondo orgoglio ho scritto per anni per la Fondazione che porta il suo nome. Manca alla sinistra un intellettuale come lui e manca, tremendamente, ad una politica dalla sguardo non breve ma brevissimo, ad una politica spesso priva non solo di ideali ma anche di idee, ad una politica fatta di urla e schiamazzi, con il dilettantismo, il pressappochismo e la crassa ignoranza, anche a livelli istituzionali tra i più alti. Ora i difetti, le deficienze diventano motivo di vanto anziché di vergogna. La verità è sempre rivoluzionaria, studiate perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza, odio gli indifferenti, voi fascisti distruggerete questo paese e toccherà a noi ricostruirlo. Sono solo alcune brevi frasi,  che, spesso, vengono associate al suo nome e che, per pudicizia ed imbarazzo, non mi sentirei mai di porre accanto agli slogan odierni. Ci manchi tanto, Nino.

  • sta in Pasolini, Le ceneri di Gramsci, 1957

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