Benedetto Croce sui giovani

Francesco M. Cataluccio
Immaturità. La malattia del nostro tempo
Einaudi, Torino 2014, pp. 144-45

Il filosofo Benedetto Croce fu il più fermo nemico del mito della giovinezza imperante e convinto assertore della maturità.  Lungo tutta la sua vita testimoniò questi atteggiamenti con profondità di pensiero e coraggio nelle scelte politiche, ispirate sempre alla “religione della libertà”. «Egli non aveva il “culto dei giovani” tanto caro ai regimi totalitari, ai loro sostenitori nostrani e a quell’avanguardia che sempre avversò. Come ricorda la figlia Elena: Sul tema dei giovani mio padre era alieno da qualsiasi forma di compiacenza. Apprezzava l’antico detto che il meglio che ha da fare la gioventù è di invecchiare al più presto possibile. Annotava spietatamente le debolezze giovanilistiche dei suoi conoscenti. Non dimenticò mai, ad esempio, di aver letto in un articolo della sua coetanea Teresa Labriola, l’eufemismo “noi giovani maturi”. E non ricordo di avergli mai sentita un’espressione di compiacimento per ciò che può dirsi “fascino” della gioventù. Il suo massimo complimento […] poteva essere “giovane molto serio”». Nei suoi Taccuini di lavoro (alla data 29 luglio 1944) si trova una veemente filippica contro il tentativo del governo Badoglio di continuare la politica fascista verso i giovani mantenendo le strutture della Gil: «Ogni costituzione corporativa della Gioventù è una stoltezza, perché i giovani debbono essere unicamente aiutati a diventare uomini e non già a restare e a operare da giovani: dell’immaturità non si può fare una professione. E poiché questo procedimento rispondeva ai fini di oppressione e di corruzione che erano del fascismo, bisogna guardarsi dal conservare il fascismo in una delle sue parti peggiori e più profondamente dannose». Il totalitario culto della giovinezza gli appariva contro natura e pericoloso, tanto da scrivere sulla sua rivista, in piena guerra: «L’unico diritto dei giovani, e dovere assieme, è, semplicemente, di cessare di essere giovani, di passare da adolescenti ad adulti, da intellettuali maturi a intellettuali maturi; e a questo passaggio, a questa ascesa, bisogna esortarli, a questa prepararli, in questo aiutarli, e non già darsi ad accrescere l’èmpito, l’irriflessione e la baldanza loro, che sono certamente difetti naturali e perdonabili a quell’età, ma per ciò stesso non debbono essere artificialmente coltivati se il compito di quell’età consiste invece, unicamente, nell’andarli superando». E’ ciò che accadde alla migliaia di giovani che, di lì a poco, pur con motivazioni molto diverse, dettero vita alla Resistenza, che fu anche una grande scuola di maturità.

Rita Italiano
Quel che Benedetto Croce raccomandava ai giovani
la Repubblica, 23  settembre 2008

Una “Conversazione coi giovani” di Benedetto Croce. Del 23 settembre 1944. Riportata alle pagine 57-62 del secondo volume dei suoi Scritti e discorsi politici (1943-1947) edizioni Laterza, Bari, 1963. La conversazione è condotta con espressione schietta e tono amichevole: «Sono lieto di conversare con giovani». Croce aveva allora 78 anni. Parlare con i giovani era un modo per guardare al futuro. Alcuni passi della conversazione si direbbero ancora freschi d’ inchiostro. L’ argomento viene affrontato con ironia: «Può sembrare strano che io vi prenda a parlare, proprio, della giovinezza, con tanta distanza di anni che corre tra me e voi, giacché, guardandovi, io non potrei neppure chiamarvi figli né nipoti: dovrei chiamarvi pronipoti». La distanza cronologica non separa Croce dai suoi interlocutori. Sull’ onda dei ricordi c’è invece, ritrovato, uno stesso intendere, lo stesso avvertire: «sono stato giovane anch’ io e ho viva la memoria di quel tempo, e ricordo i miei sentimenti e le mie idee di allora, e perciò credo di comprendere i giovani e di poter essere compreso da essi». A loro, rivolta con simpatia, la spiegazione spiccia che non ha senso parlare della giovinezza come fosse un problema: «Si suol discorrere oggi, tra i tanti altri e gravi problemi che ci premono, del “problema dei giovani”. Orbene, mi permetterete di dirvi che questo problema non esiste, perché la giovinezza è un fatto e non è un problema». Un fatto non banale e non semplice. Una stagione per un impegno a scadenza: «i giovani non possono avere altro fine che di maturarsi a uomini, di preparare il loro avvenire di uomini». Non è facile compito. Perciò l’ offerta di aiuto nei loro confronti. Sostenuta dalla conoscenza della giovinezza vissuta. In prima persona: «La gioventù non è tutta lietezza e, cercando nei miei ricordi, mi tornano i momenti e periodi di tristezza che allora soffersi, di una tristezza che talvolta giungeva alla desolazione e alla disperazione, e a impeti di rinunzia alla vita». E quale patrimonio di consapevolezza che passa da una generazione all’ altra: «La maturazione ad uomini avviene attraverso ostacoli, incertezze, perplessità, delusioni, angosce, che i giovani stessi debbono superare. Noi, esperti delle difficoltà che abbiamo incontrate, delle fatiche che abbiamo durate, possiamo e dobbiamo aiutarli, ma non possiamo sostituirci a loro e in loro». In più, una osservazione sugli anni della giovinezza: «Ci sono anni di particolare importanza nella vita dei giovani. La mia esperienza mi fa dire che tra i venti e i trent’anni l’ uomo veramente si forma, in modo di solito definitivo». Una esortazione a riflettere: «Ognuno di noi porta in sé una forma di vocazione, e tutto sta a rendersene consapevoli, a farla a sé stessi chiara e determinata». Pure una raccomandazione a usare cautela di fronte ai castelli in aria: «Vi sono le illusioni delle vocazioni apparenti e bisogna sventarle o presto abbandonarle». Bisogna invece fidare nelle vocazioni vere: «Chi nasce poeta, non domanderà mai se deve fare il poeta, perché non può non farlo, quando ne ha avuto veramente la vocazione da madre natura». Ancora, un progetto di lavoro comune. Per i giovani, un insegnamento da raccogliere. Un’eredità da accettare: «Essi sono i nostri aiuti e compagni di lavoro, riprenderanno dalle nostre mani la tela che continueranno a tessere a lor modo e con la loro piena responsabilità». Infine il commiato senza inutili cerimonie: «Ecco quello che volevo dirvi. Non vi ho detto cose peregrine, ma tali che mi è parso utile rammentare nell’ ora presente».

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