Si riapre la partita

Lega 34,34
PD 22,7
5 Stelle 17,07
Forza Italia 8,79

La partita si riapre, ma nessun partito ha davanti a sé la prospettiva di una passeggiata trionfale lungo un percorso già suggerito dalla storia. La Lega ha sfruttato un terreno lasciato incustodito dall’incuria dei partiti tradizionali. Non so se potrà trarre ulteriori vantaggi dall’insistenza sugli stessi temi propagandistici. Prima o poi altri nodi verranno al pettine e lì non sarà facile inventarsi una ricetta destinata a funzionare. Il Pd è di nuovo in gioco, ma non ha per ora una vera strategia di ricambio. Quanto ai Cinque Stelle, se Di Maio rimane al suo posto, non si sottrarranno, temo, all’abbraccio mortale con la Lega. Ognuno farà il suo gioco, ma non si intravede ancora la pissibilità di uno sblocco. Il centro sembra fuori gioco, per quanto lo resterà. Un discorso analogo vale per i Verdi. Questa mi sembra essere la situazione. Oltre non so andare. Forse qualcuno tra i politologi avrà provato a ragionare sui diversi scenari possibili. Dopo due terremoti è difficile pensare che tutto resti fermo senza altre scosse di assestamento. Vedremo. (Giovanni Carpinelli)

Massimo Franco

… Se il Pd ha davvero superato i Cinque Stelle, come dicono gli exit poll, non è una novità da poco. Significherebbe che almeno una quota dei voti persi per strada negli ultimi anni erano «in libera uscita» perché una parte di elettorato di sinistra non condivideva la gestione dell’epoca renziana. Rimane da capire quanto un onorevole secondo posto possa ridare una prospettiva vincente a una sinistra che sembrava avviata all’esplosione e all’irrilevanza: come in alcuni Paesi europei. Non è azzardato affermare che la nuova fase comincia adesso; e che forse porterà un po’ di chiarezza rispetto alla confusione, agli abbagli e alle velleità da «inizio della storia» degli ultimi anni.

Marcello Sorgi

Salvini è il grande vincitore delle elezioni europee in Italia. Ha quintuplicato i voti della Lega rispetto alle stesse consultazioni del 2014, quasi raddoppiato rispetto all’anno scorso, ulteriormente ridimensionato l’ex-leader del centrodestra Berlusconi, e trovato un potenziale e più consistente alleato nella Meloni e i suoi Fratelli d’Italia, dati a rischio di finire segati dallo sbarramento del 4 per cento e invece abbondantemente al di sopra. Il leader della Lega ha capovolto i rapporti di forza con l’alleato avversario Di Maio, il vero sconfitto di questa tornata, che si lecca le ferite di un terzo dei consensi perduti dal Movimento 5 stelle, e lotta in un testa a testa con il Pd post-renziano del neo-segretario Zingaretti. Se alla fine sarà confermato il sorpasso, con i grillini al terzo posto, il risultato sarebbe per loro ancora più drammatico.
… Eppure esiste un motivo per cui una grande vittoria come questa, a dispetto di chi la rinnega, alla fine potrebbe rivelarsi sterile, a meno che Salvini, inventandosi un altro Salvini, non sia in grado di trovare una strategia per gestirla. E la ragione non sta nel duro contraccolpo, che al di là delle mancate ammissioni di Di Maio, genererà all’interno del Movimento 5 stelle, deluso dalle urne, e indisponibile a sottomettersi al vincitore, chissà se fino al punto da far saltare il governo. O ancora nelle riflessioni, già partite all’interno del Pd, di approfittarne chissà come, sommando il recupero del 26 maggio ai consensi presi e perduti – dato che a parte Più Europa, che ha sfiorato la soglia di ingresso, non ce l’hanno fatta a entrare nel Parlamento europeo – dalle altre formazioni di centrosinistra e di sinistra-sinistra, candidatesi autonomamente stavolta, e magari coalizzabili la prossima, quando si tornerà a votare per Camera e Senato. Sommare le sconfitte difficilmente porterà alla vittoria gli avversari del vincitore.
E a meno che non decida di rimettere subito in gioco la posta, accorciando i tempi della legislatura e provando a riconvertire in casa il suo successo, in elezioni anticipate che diventerebbero prossime oltre che probabili, Salvini è il primo a sapere che c’è una questione che lo riguarda: il leader del maggior partito italiano, del più anziano politicamente, in un Parlamento dalle sembianze stravolte, non può continuare a comportarsi come ha fatto nell’ultimo anno. Per quanto a caro prezzo, deve cambiare se stesso, indicando una strada per il Paese e cominciando una volta e per tutte a fare i conti con la realtà [del paese nel senso pieno della parola].

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