Il tramonto della rappresentanza

Sabino Cassese
Corriere della Sera, 18 giugno 2019

In che senso andava intesa la rappresentanza fino a ieri? La sua articolazione, dopo l’introduzione del suffragio universale, non era più binaria, ma ternaria. Non era un legame che si stabiliva tra elettorato e rappresentanti. Erano due legami, uno tra l’elettorato e un’organizzazione intermedia (per lo più un partito) alla quale delegava il compito di fare una scelta di candidati e di proporla, un altro tra elettorato e rappresentanti, che venivano approvati con la cosiddetta elezione. Quindi, l’elezione non era una scelta, ma l’approvazione di una scelta (una scelta secondaria). Essa non stabiliva un rapporto immediato tra elettorato e rappresentanti, perché il rapporto era mediato attraverso le forze politiche che avevano operato la scelta-designazione.

In questo rapporto i partiti non operavano da meri tramiti. Essi esprimevano identità collettive, costituivano comunità volontarie, operando scelte, formando e selezionando il personale da designare, svolgendo nei suoi confronti un’attività di guida, tanto che si lamentava la partitocrazia.

L’esame della fase preparatoria della procedura elettorale consente di concludere che non c’è un rapporto diretto tra elettori e rappresentanti, salvo che nella fase finale, quella in cui gli elettori danno il voto, cioè compiono una duplice operazione: scelta della lista o del nome tra quelli designati, e loro approvazione. Non c’è comunque una trasmissione di volontà del «delegante». Non c’è un rispecchiamento della volontà di
chi dà il «mandato», che istruisce e controlla il rappresentante. C’è al più una «rappresentanza di contenuto», nel senso che i rappresentati possono riconoscersi nell’agire dei rappresentanti.

Questo comporta che non risponde a verità il modello della scienza politica, per cui l’elettorato dà legittimazione a propri rappresentanti tramite il voto, questi agiscono e forniscono servizi che, se incontrano il favore dell’elettorato, spingono questo a rinnovare l’appoggio o legittimazione agli eletti. In realtà, il rappresentante non conosce i rappresentati e non può innescarsi un processo di legittimazione e accountability come quello ora riassunto. L’interruzione del circuito della rappresentanza può esser attenuato dal radicamento sul territorio dell’eletto, dalla cura che si prende del collegio, dalla continuità dei rapporti con il collegio. Ma questo non basta a configurare il rapporto secondo lo schema legittimazione-accountability.

Una volta ricostruita la rappresentanza come rapporto ternario e non binario, si capisce il ruolo fondamentale svolto in esso dai partiti e la crisi della rappresentanza prodotta dalla crisi dei partiti, dalla perdita delle identità collettive e dallo smarrimento del legame sociale. Questa crisi è passata attraverso diverse fasi e si è svolta lentamente, fino a portare alla «liquefazione» dei partiti e alla loro trasformazione in «partiti piedistalli».

Innanzitutto, i partiti hanno abusato della loro funzione di tramite e hanno spostato il potere di decisione dallo Stato-parlamento ai vertici dei partiti, inviando tra l’altro nella rappresentanza parlamentare personale di scarsa competenza e qualità, anche per assicurarsene la lealtà. Quindi, la scelta dei rappresentanti è divenuta meno importante della scelta dei vertici dei partiti, nei quali risiedeva il potere di ultima istanza.

Poi, i partiti, da strumento della democratizzazione dello Stato, sono divenuti oggetto di democratizzazione, nel senso che vi è stato bisogno di assicurare al loro interno il rispetto di criteri democratici. Il segno di questo passaggio è costituito dal rifiuto dei partiti, nonostante moltissimi tentativi, di sottostare a una legge che ne assicurasse la democraticità interna. Se una legge di questo tipo vi fosse stata, il partito denominato Movimento 5 Stelle non avrebbe potuto nascere.

In terzo luogo i partiti sono divenuti ristrette oligarchie centrali, che hanno anche visto attenuarsi il legame con la società, che legittimava il loro potere di scelta dei rappresentanti. Quindi, si registrano moltiplicazione e frammentazione delle forze politiche, sradicamento territoriale, sviluppo dei mass media e verticalizzazione della comunicazione politica. Alla nascita della Repubblica, gli iscritti ai tre maggiori partiti erano 4 milioni, mentre oggi il totale degli iscritti a tutti i partiti oscilla intorno a mezzo milione (nonostante l’aumento della popolazione da 45 a 60 milioni di abitanti).

Infine, i partiti sono andati perdendo la loro «ragione sociale», nella maggior parte dei casi per aver portato a compimento i loro obiettivi ideali (si pensi soltanto alla realizzazione dell’ideale della libertà dal bisogno per la socialdemocrazia). A questo è da aggiungere che, in un mondo non più diviso da ideologie, i partiti hanno puntato a raggiungere un elettorato più vasto, diventando interclassisti.

L’eclissi del partito di massa, del partito educatore, del partito strumento di selezione, del partito di quadri con una ramificata organizzazione territoriale, e l’avvento del partito leaderistico hanno indebolito dall’interno la capacità di formazione-selezione-designazione, spinto a designare seguaci piuttosto che sostenitori, hanno suscitato il bisogno di far scegliere il personale politico dalla società civile, aprendo la porta a ulteriori metodi insufficienti, o al caso. Restano libertà di accesso (perché i requisiti per presentare candidature non sono esclusivi) e competizione, perché i sistemi rimangono multipartitici, ma si perde l’elemento della selezione della competenza.

La scelta dei candidati da proporre confina con il caso. Da un lato, viene meno la componente epistocratica della democrazia, nel senso che questa non è più selezione di capacità. Dall’altro, si accettano e diffondono idee diverse, come quella che le decisioni possano essere prese senza deliberazione, o quella che si possa fare a meno della rappresentanza, consentendo alla popolazione di esprimersi direttamente.

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