Il vecchio che avanza

Dario Di Vico, Un paese e due società
Corriere della Sera, 21 giugno 2019

Ci sono almeno due buone tracce che ci spingono, pur nel bel mezzo di una situazione politica a tratti incandescente, a ragionare di giovani/anziani e dei conflitti di interesse che sembrano dividere le generazioni. Entrambe vengono dall’istat, la prima la potremo catalogare sotto la voce «povertà», la seconda con l’etichetta «demografia». Tre giorni fa l’istituto di statistica riepilogando i dati 2018 ci ha comunicato che le famiglie giovani (quelle guidate da una persona compresa tra i 18 e i 34 anni) hanno insufficienti capacità di spesa e di risparmio e così cadono in stato di povertà assoluta nel 10,4% dei casi. Se invece prendiamo in esame i nuclei nei quali il capofamiglia ha superato i 64 anni di età il rischio indigenza cala drasticamente fino al 4,7%. Meno della metà. Ieri il nuovo presidente dell’istat, Gian Carlo Blangiardo, presentando il rapporto annuale ci ha fornito una seconda e più robusta traccia. Il Paese delle culle vuote nel 2050 vedrà esplodere la quota di ultra65enni — già oggi al 23% — di ulteriori tra 9 e i 14 punti percentuali. Per effetto di questo invecchiamento mancheranno 6 milioni di persone in età di lavoro. Il riflesso sul nostro generoso welfare è angosciante. Sostiene Blangiardo che oggi garantire un’assistenza dignitosa a quasi 14 milioni di ultra65enni è «ancora possibile», ma dobbiamo interrogarci se e come saremo in grado di soddisfare la stessa domanda di welfare quando gli anziani saranno saliti di altri 5 milioni di unità.

È inevitabile, i figli del «baby boom» hanno smesso da alcuni lustri di poter aver loro i figli e quindi di qui al 2050 la quota di italiani tra 15 e 64 anni — la cosiddetta popolazione attiva — scenderà drammaticamente. In una stima si calcola che si fermerà a poco più della metà della popolazione, ovvero il 52 per cento. Non c’è possibilità di ricambio, ma a guardare il rapporto Istat del 2019 non c’è nemmeno possibilità di riscatto.

Dice Giancarlo Blangiardo, presidente dell’istat, che stiamo vivendo un calo demografico di cui «si ha memoria nella storia d’italia soltanto risalendo ad un secolo fa, ovvero al lontano biennio 19171918, un’epoca segnata dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell’epidemia di “spagnola”». Quello che Blangiardo non esplicita lo si può leggere nelle pagine del rapporto. Si può leggere di un «conflitto» generazionale che si misura in stili e qualità della vita, con i nonni sempre più pimpanti e più ricchi, e i giovani e giovanissimi inchiodati ad un ascensore sociale che non accenna a decollare.

I ragazzi escono sempre più tardi dalla famiglia di origine e nel 2018, su 9 milioni 630 mila ragazzi tra i 20 e i 34 anni, più della metà — 5,5 milioni — vive a casa con mamma e papà. Del resto se guardiamo gli indicatori della povertà assoluta che risultano più che raddoppiati negli ultimi dieci anni (dal 3,6 all’8,4%) che l’indicatore tocca il massimo proprio tra i minorenni e i giovani tra i 18 e i 34 anni per i quali si registra il maggior incremento degli ultimi dieci anni (rispettivamente +8,9 e +6,4 punti percentuali).

Dall’altra parte i nonni, che godono di buona salute su tutti i fronti. Intanto sono di più, tanti di più, quest’anno in Italia si contano ben 2,2 milioni di ultra 85 enni (oltre più di 15 mila ultracentenari). E soprattutto godono di ottima salute in assoluto, oggi un uomo può vivere — in media — in condizioni di buona salute fino a quasi 60 anni (59,7) e una donna per 57,8 anni. Ecco quindi che tra la popolazione di 65 anni e oltre si osserva una maggiore diffusione di stili di vita e abitudini salutari. Aumenta la pratica dello sport, passando dall’8,6% del 2008 al 12,4 del 2018 e al tempo stesso si riducono i comportamenti sedentari. E se l’abitudine al fumo tra gli over 65 rimane pressoché stabile, diminuisce il consumo in eccedenza di bevande alcoliche (dal 25,2% del 2008 al 19,2 de 2018).

Ma c’è di più: quest’anno per la fascia d’eta tra i 65 e i 69 anni viene coniato un neologismo, «i giovani anziani», quelli che nel tempo hanno aumentato la partecipazione sociale e, soprattutto, la partecipazione culturale: se dieci anni fa andava al cinema e a teatro il 14% di chi si trovava in questa fascia d’età, adesso ci va il 17%, lo stesso vale per i musei (24,7% contro il 21,2).

È una piramide che fatica a rovesciarsi, quella demografica, e se il presidente Blangiardo fa notare che negli ultimi vent’anni la popolazione italiana è cresciuta soltanto grazie agli immigrati (oggi sono residenti 5 milioni 234 mila), ci ricorda anche che i problemi non sono soltanto quelli della popolazione. Anzi.

«L’italia è una realtà composita, eterogenea, bellissima e contraddittoria. È una terra ricca di tesori, arte e bellezza ma è altresì una nazione ricca di problemi irrisolti, talvolta a seguito di alcune eredità, una per tutte il debito pubblico, che certo avremmo preferito acquisire con beneficio di inventario».

Nel secondo trimestre di quest’anno il Pil potrebbe avere una contrazione: «C’è un panorama internazionale in continuo movimento e nei nostri modelli teniamo conto anche di questo», ha detto Blangiardo. Ma poi ha aggiunto: «Questo non vuol dire necessariamente che sia in discussione la stima fatta su base annua, ovvero dello 0,3%, che riteniamo possa continuare a reggere grazie a una discreta tenuta nella seconda parte dell’anno».

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