I figliastri dell’Ottobre

Serena Vitale
Compagni, il comunismo è costruito, ora dobbiamo salvare i nostri figli
Tuttolibri, 28 giugno 2019

Oktobrjata, «figli dell’Ottobre» vennero chiamati i bambini nati in Russia nel ’17: di loro il giovane Stato sovietico si occupò con amorevoli cure. Destino diverso fu quello dei «figliastri» dell’Ottobre: i besprizornye, di cui Luciano Mecacci ricostruisce per la prima volta in Italia, con ricchezza di documenti e sapienza da psicologo, la tremenda storia. Minorenni «in stato di abbandono, privi di tutela», homeless, avevano perduto i genitori (o da loro erano stati abbandonati) nel fatidico ’17 e durante la sanguinosa guerra civile che seguì; in alcuni casi avevano preferito loro stessi lasciare la famiglia o quello che ne restava dopo il cataclisma che aveva sconvolto il paese. Vivevano in piccoli branchi, avevano per lo più dai 6 ai 16 anni, ma era difficile definirne esattamente l’età, come pure distinguerli tra loro: tutti lerci, vestiti di stracci sovrapposti a cipolla sui corpi scheletrici, spesso scalzi, anche sulla neve, occhi pesti, sclere ingiallite, molti sdentati… Più facile era indovinare l’età dell’anima: una precoce, disincantata maturità. Fumavano, sniffavano cocaina, passavano il tempo a giocare a carte, a elemosinare, rubacchiare. Non era raro che le femmine si prostituissero. Tra i loro peggiori nemici, ancor più di chi cercava di toglierli alla strada, erano i pidocchi: una lotta infinita e cruenta che oltre a piagare la pelle a qualcuno oscurava la mente. Dormivano, senza mai smettere di grattarsi, in quelle che chiamavano sarcasticamente le loro «dacie»: cunicoli sotterranei, fogne, vagoni fermi negli scali ferroviari, androni di palazzi, scantinati, cassonetti dell’immondizia, calderoni per l’asfalto (aspettavano che gli operai andassero via per riscaldarsi al tepore rimasto, poi ci s’infilavano e lì trascorrevano la notte) – sempre abbracciati, aggrovigliati l’uno all’altro per un po’ di calore. Come stormi di uccelli migratori, l’inverno si spostavano verso il Sud, in treno – su predellini e respingenti, sotto i pianali dei vagoni, nelle casse per il trasporto dei cani, sui tetti.

Erano un esercito: il loro numero superò i sette milioni (ma il computo si riferisce soltanto ai besprizornye  «registrati») nel 1921-’22: gli anni della carestia e della fame – una fame spaventosa, inconcepibile; nelle zone del medio e basso Volga si arrivò a chiudere i cimiteri affinché i disgraziati cui la mancanza di cibo aveva rubato la ragione non trafugassero i cadaveri sepolti di recente per cuocerne le parti più tenere… Uno dei numerosi «centri di accoglienza» creati per loro, in Crimea, venne descritto da un medico inorridito: «In una grande stanza brulicano circa 200 bambini … La loro psiche è così alterata che i cadaveri fungono da guanciale per quelli che domani subiranno la stessa sorte … i cadaveri vengono anche utilizzati come tavoli».
Già nel febbraio del ’19 Lenin aveva decretato la costituzione di un Soviet per la «difesa dell’infanzia»: agiva sicuramente per compassione e sollecitudine, ma anche per il timore che il fenomeno dei besprizornye, così vasto e impossibile da occultare, nuocesse all’immagine del primo Stato socialista del mondo. Dal 1921 Feliks Dzeržinskij diresse personalmente la commissione per «il miglioramento della vita dell’infanzia» istituita presso il Comitato Centrale. «Non saranno gli stranieri a sfamare i nostri bambini» decise – e sciolse le numerose associazioni filantropiche non statali insieme a quelle straniere già esistenti. Dzeržinskij, è noto, era a capo della Čeka, creata per combattere – con metodi più che sbrigativi – la controrivoluzione e il sabotaggio: molti membri della Commissione, la «Čeka dei bambini», vennero incaricati della «lotta alla besprizornost’». Ma nemmeno i čekisti poterono cantare vittoria: «Centinaia di migliaia di bambini ricevono razioni da fame, irregolarmente, non hanno vestiti e scarpe…». Dalle loro «dacie» i bezprizornye venivano portati in orfanatrofi fatiscenti e gremiti all’inverosimile; Asja Kalinina, vicecapo del dipartimento Protezione dell’infanzia, scriveva in un rapporto al governo: «…I piccoli si coricano sul nudo pavimento o su trucioli che vengono cambiati molto di rado e brulicano di parassiti che li mangiano vivi … Non ci sono stoviglie: mangiano da luride scatolette di conserve o di brillantina … L’aria nelle camere è terribile. Non ci sono gabinetti, i bambini fanno tutti i loro bisogni nelle camere, persino nei letti. Sono così impregnati di questo fetore che quando per caso si ritrovano all’aria aperta stanno male»). Non era migliore, del resto, la condizione dei ragazzi affidati temporaneamente a famiglie; sempre la Kalinina riferiva che alcuni contadini, loro stessi esacerbati dalla fame, avevano cominciato «ad avvelenare, come topi, i piccoli sventurati».
«6 milioni di bambini che non vanno a scuola sono una terribile minaccia per il paese e la rivoluzione» – recitava lo slogan del manifesto murale (1923) di Rudol’f Frenc. E Anatolij Lunačarskij dichiarò: «Il punto non è solo che siamo circondati da un mare di dolore infantile, ma rischiamo di veder crescere elementi asociali … i quali non esiteranno a unirsi ai nostri nemici» (1924). Il problema era ormai dichiaratamente politico: furono prese drastiche misure e nel maggio del ’35 il Soviet dei Commissari del popolo e il Comitato centrale annunciarono la «liquidazione» definitiva dei bezsprizornye. Un mese prima la Pravda aveva annunciato che il limite di età per l’applicazione di qualsiasi pena, compresa quella di morte, era stata abbassata a 12 anni.

°°°

André Gide, Retour de l’Urss, 1936

LES BESPRIZORNIS

 

J’espérais bien ne plus voir de besprizornis . A Sébastopol, ils abondent. Et l’on en voit encore plus à Odessa, me dit-on. Ce ne sont plus tout à fait les mêmes que dans les premiers temps. Ceux d’aujourd’hui, leurs parents vivent encore, peut-être; ces enfants ont fui leur village natal, parfois par désir d’aventure; plus souvent parce qu’ils n’imaginaient pas qu’on pût être, nulle part ailleurs, aussi misérable et affamé que chez eux. Certains ont moins de dix ans. On les distingue à ceci qu’ils sont beaucoup plus vêtus (je n’ai pas dit mieux) que les autres enfants. Ceci s’explique: ils portent sur eux tout leur avoir. Les autres enfants, très souvent, ne portent qu’un simple caleçon de bain. (Nous sommes en été, la chaleur est torride.) Ils circulent dans les rues, le torse nu, pieds nus. Et il ne faut pas voir là toujours un signe de pauvreté. Ils sortent du bain, y retournent. Ils ont un chez soi où pouvoir laisser d’autres vêtements, pour les jours de pluie, pour l’hiver. Quant au besprizorni, il est sans domicile. En plus du caleçon de bain, il porte d’ordinaire un chandail en loques.

De quoi vivent les besprizornis: Je ne sais. Mais ce que je sais, c’est que, s’ils ont de quoi s’acheter un morceau de pain, ils le dévorent. La plupart sont joyeux malgré tout; mais certains semblent près de défaillir. Nous causons avec plusieurs d’entre eux; nous gagnons leur confiance. Ils finissent par nous montrer l’endroit où souvent ils dorment quand le temps n’est pas assez beau pour coucher dehors: c’est près de la place où se dresse une statue de Lénine, sous le beau portique qui domine le quai d’embarquement. A gauche, lorsque l’on descend vers la mer, dans une sorte de renfoncement du portique, une petite porte de bois, que l’on ne pousse pas, mais que l’on tire à soi—comme je fais certain matin, alors qu’il ne passe pas trop de monde, car je crains de révéler leur cachette et de les en faire déloger—et je suis devant un réduit, grand comme une alcôve, sans autre ouverture, où, pelotonné comme un chat, sur un sac, je vois un petit être famélique dormir. Je referme la porte sur son sommeil.

Un matin, les besprizornis que nous connaissons sont invisibles (d’ordinaire ils rôdent à l’entour du grand jardin public). Puis l’un d’eux, que nous retrouvons pourtant, m’apprend que la police a fait une rafle et que tous les autres sont coffrés. Deux de mes compagnons ont du reste assisté à la rafle. Le milicien qu’ils interrogent leur dit qu’on va les confier à une institution d’Etat. Le lendemain, tous sont de nouveau là. Que s’est-il passé? «On n’a pas voulu de nous», disent les gosses. Ne serait-ce pas plutôt eux qui ne veulent pas se soumettre au peu de discipline imposée? Se sont-ils enfuis de nouveau? Il serait facile à la police de les reprendre. Il semble qu’ils devraient être heureux de se voir tirés de misère. Préfèrent-ils à ce qu’on leur offre, la misère avec la liberté?

J’en vis un tout petit, de 8 ans à peine, qu’emmenaient deux agents en civil. Ils s’étaient mis à deux, car le petit se débattait comme un gibier; il sanglotait, hurlait, trépignait, cherchait à mordre… Près d’une heure après, repassant presque au même endroit, j’ai revu le même enfant, calmé. Il était assis sur le trottoir. Un seul des deux agents restait debout près de lui et lui parlait. Le petit ne cherchait plus à fuir. II souriait à l’agent. Un grand camion vint, s’arrêta; l’agent aida l’enfant à y monter, pour l’emmener où? Je ne sais. Et si je raconte ce menu fait, c’est que peu de choses en U.R.S.S. m’ont ému comme le comportement de cet homme envers cet enfant: la douceur persuasive de sa voix (ah! que j’aurais voulu comprendre ce qu’il lui disait) tout ce qu’il savait mettre d’affection dans son sourire, la caressante tendresse de son étreinte lorsqu’il le souleva dans ses bras… Je songeais au Moujik Mareï  de Dostoïewsky—et qu’il valait la peine de venir en U.R.S.S. pour voir cela.

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