Agnes Heller, il pensiero

Wlodek Goldkorn

IL PENSIERO DI AGNES HELLER
Noi, liberi di fare il bene
Marx, Lukacs e la loro abiura. Shoah e rivolta di Budapest. Così è maturata la riflessione filosofica della studiosa scomparsa
La libertà non promette nessuna soddisfazione immediata dei bisogni, nessuna felicità, neanche la sicurezza personale. Caino era libero di scegliere tra il bene e il male e scelse il male». Così scrive Ágnes Heller in un libro pubblicato recentemente da Castelvecchi, intitolato Il valore del caso. La mia vita, a cura di Georg Hauptfeld. Ecco quindi, riassunto in poche righe, il credo della grande filosofa ungherese, scomparsa venerdì all’età di 90 anni. La questione della libertà, ma anche l’idea che la filosofia non fornisce alcuna ricetta, alcun sistema pronto all’uso, erano al centro delle sue riflessioni negli ultimi quarant’anni. Ma attenzione, l’incertezza e la casualità della vita («è difficile essere umani», mi ha detto una volta) non esime dalla necessità di schierarsi, di decidere da quale parte della barricata stare.
Heller non aveva cominciato così la sua carriera da filosofa. Era allieva di György Lukacs e nei primi anni Settanta la sua Teoria dei bisogni era in voga fra i giovani che contestavano il capitalismo. Il saggio, rileggendo il pensiero di Marx, sosteneva che esistevano bisogni radicali (amore, amicizia, vita collettiva), contrapposti a bisogni indotti (denaro e possesso dei beni materiali), e aggiungeva che per soddisfare tali bisogni occorreva cambiare la società in un modo rivoluzionario. Partendo da idee marxiste, Heller approdò poi al liberalismo, e diceva che la divisione fra i due campi avversi oggi in Europa non è tra una destra e una sinistra, ma fra i nazionalisti e i federalisti perché non c’è più una società di classe, ma una di massa.
All’inizio del libro autobiografico appena citato si legge quanto la sua sia stata un’infanzia felice e di come abbia cominciato a parlare a soli nove mesi. «Da allora», aggiunge, «non ho mai smesso». Non è, questa, una nota di colore. Per Heller la filosofia è stata strettamente legata alla vita e alla biografia. La sua felicità da bambina le ha dato la sicurezza necessaria per essere una pensatrice indipendente, capace di contraddire Lukacs e i maestri. E anche in grado di lasciare il primo marito, accusato di mancanza di coerenza, nonché di rivedere le proprie posizioni e di porre domande sulla stessa essenza della filosofia.
Una volta mi disse che il giorno più felice della sua vita fu quando vide i soldati sovietici entrare a Budapest nel gennaio 1945. Per lei, ragazza ebrea miracolosamente sopravvissuta fino ad allora, fu la liberazione. Ma, aggiungeva, liberazione non significa libertà. Poi andò a sentire una lezione di Lukacs e restò folgorata dall’eloquio. Lukacs era un filosofo che all’epoca faceva sognare: aveva depurato Marx dall’alone dello scientismo cui l’aveva confinato la dottrina sovietica per riportare il filosofo di Treviri alla sua radice hegeliana, speculativa, immaginifica, quasi messianica. Heller, intelligente, affascinante, assertiva diventò la sua allieva prediletta. Ma, ancora nell’autobiografia, racconta quanto contestasse il Maestro sempre in nome della vita e contro la filosofia. Durante una gita in campagna gli disse: «Compagno Lukacs, le mucche non mangiano categorie (ontologiche, ndr) ma erba, quando hanno fame ». Si innamorò di Leszek Kolakowski, celebre collega e coetaneo polacco, anche lui marxista critico e che finì i suoi giorni a Oxford su posizioni liberali. L’infatuazione rimase per sempre, così come la comune convinzione che solo liberandosi dalle dottrine precostituite si possa fare filosofia e che è decisivo essere «una persona decente». E anche di non aver paura di contraddire se stessi. Brutalmente: si può fare filosofia a patto di essere consci dei limiti della disciplina, ma al contempo fedeli all’idea della ricerca della verità, sapendo però quanto le verità siano molteplici e provvisorie.
La vita, del resto, interferiva nella filosofia, specie nel secolo scorso, un’epoca non tanto di ferocia quanto di vera catastrofe quale fu la Shoah e dove spesso lo stesso simbolo e strumento (il soldato sovietico) di liberazione diventava nel giro di pochi anni segno e strumento di morte. Dopo la repressione della rivoluzione ungherese del 1956 lo scenario cambia radicalmente. Le difficoltà degli intellettuali fedeli al marxismo crescono. Comunque nel 1964 nasce quella che viene chiamata “La scuola di Budapest”: sono allievi di Lukacs, quattro amici e amanti (alla lettera) con al centro Heller che tentano di rivedere appunto il marxismo. Partendo dall’idea che la tecnica non assicura il progresso né porta con sé il Bene e che i rapporti di produzione non sono una categoria centrale perché le dinamiche della società hanno qualcosa di immateriale, non quantificabile, non aderente all’idea della lotta di classe.
Nel 1977 Heller sceglie la via dell’esilio. Emigra in Australia. E si libera di ogni residuo del pensiero marxista. Di più, abbandona l’idea del progresso «comune a Kant, Hegel e Marx» (parole sue). Arriva a scrivere: «Hegel già sapeva che tutto sarebbe finito: storia, arte, filosofia». Loda Jacques Derrida perché «la sua meravigliosa opera ha confermato la fine della filosofia». Eppure non ha smesso di filosofare. A “Repubblica delle Idee” (a Bologna, nel 2017) disse: «Non basta indicare il Male perché le persone non compiano il male. La razionalità non è sufficiente. Prendiamo un bambino: dirgli di non torturare il gatto non basta, perché il bambino può sempre rispondere ” fa male al gatto, non a me”. E quindi bisogna trovare un modo perché il bambino senta e non solo sappia che non occorre fare del male. Per citare Pascal, ci sono le ragioni del cuore». Aggiungeva, altrove, che «la maggior parte delle persone vuole fare del bene». Voleva che le passioni (e citava Spinoza) fossero bagaglio di ogni filosofo.
Heller diceva di non essere mai stata radicale e per questo di essere stata capace di cambiare il suo pensiero lentamente, con circospezione, senza traumi. Resta per sempre la sua convinzione che «leggiamo i filosofi perché parlano della nostra vita».
°°°
La filosofa Agnes Heller è nata nel 1929 ed è morta venerdì nuotando nel lago Balaton.
Riccardo Mazzeo: “Aveva novant’anni e l’acqua era il suo elemento più congeniale. A Budapest tutte le mattine si tuffava nella piscina della sua casa, ma poi quando era in giro per il mondo e trovava uno specchio d’acqua, non esitava un secondo: una volta a Fano, con il suo fraterno amico Francesco Comina, nel mare, ma le piacevano anche i laghi e una volta si era tuffata persino nel Rio delle Amazzoni”.
Il libro
Il valore del caso
di Agnes Heller (a cura di Georg Hauptfeld, Castelvecchi, pagg. 160, euro 17,50)

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