Il marxismo che fu

Cesare PianciolaMarxismo, Il Mulino, Bologna 2019

Nel libro il problema del rapporto tra il pensiero di Marx e il marxismo non è mai posto. Ci sono accenni alla teoria di Marx. Oggetto centrale dell’esposizione è invece il marxismo, un sistema filosofico-scientifico elaborato da Engels e Kautsky negli anni intorno al 1890. Il marxismo come sistema di pensiero ha poi subito un ulteriore rifacimento di carattere dottrinario, dando luogo, in epoca sovietica, al marxismo-leninismo. Pianciola qui fa appello a Marcuse e scrive: “formule tratte da Marx venivano svuotate dei loro contenuti critici e applicate a una realtà completamente difforme: “ipostatizzata in struttura rituale”, la teoria di Marx diventava “ideologia”, nel senso che il vero e il falso non contavano più sul piano cognitivo e la logica delle proposizioni era sacrificata al risultato politico che l’élite al potere intendeva perseguire” (p. 45; per un analogo giudizio si veda la voce Marxismo dovuta a Pietro Rossi, nell’ Enciclopedia delle Scienze Sociali Treccani 1996; una utile illustrazione dei danni procurati alla scienza dal marxismo-leninismo si trova in un altro autore qui trascurato: Francesco Cassata; un suo libro uscito nel 2008 ha per titolo Le due scienze. Il «caso Lysenko» in Italia).
Negli anni Venti ha preso forma il marxismo occidentale, “inteso come interpretazione antiscolastica dell’eredità teorica di Marx e di alcuni aspetti dell’eredità idealistica” (p. 61). Marx era solo accessoriamente un filosofo, lo era stato al tempo della sua formazione. Diventò invece “uno scienziato sociale, uno storico, un economista” (p. 22). Nel marxismo di Engels la filosofia si sarebbe dovuta ridurre alla logica formale e a quella dialettica, mentre per il resto era destinata a risolversi nella scienza positiva della natura e della storia (p. 16). Il marxismo occidentale segna invece il trionfo della filosofia che si richiama agli scritti giovanili di Marx o a una esegesi del Capitale (si pensi a Louis Althusser e ai suoi allievi).  Permane l’interesse per Marx come sociologo o interprete della storia, si pensi a Immanuel Wallerstein, a Paul Baran e Paul Sweezy, a Samir Amin, a David Harvey e da ultimo a Massimiliano Tomba (pp. 104-105). Collocherei qui anche Lucio Colletti e Claudio Napoleoni, ampiamente richiamati con Riccardo Bellofiore al seguito.  Aggiungerei  a questa lista gli esponenti del marxismo analitico, con il norvegese Jon Elster e l’italiano Massimo Mugnai (non considerato nel volume). Il terreno dell’economia o della critica dell’economia politica è di fatto quasi abbandonato, se si eccettuano autori come Paul Sweezy (ancora) e Ernest Mandel (non citato, quest’ultimo, da Pianciola).
E Gramsci che fine fa in tutto questo? Diciamo pure che se la cava. Intanto viene situato nel quadro del marxismo occidentale. E la valutazione ultima è questa: “Gli scritti di Gramsci hanno dimostrato una vitalità che va oltre il “gramscismo” del filone del marxismo italiano del secondo dopo guerra che valorizzò soprattutto il suo storicismo in concorrenza con quello idealistico-crociano. I Quaderni non contengono solo una filosofia ma sono una miniera di riflessioni storico-politico-sociologiche che hanno alimentato ricerche in vari campi e direzioni, dalla storiografia alle scienze politiche, all’antropologia, fino agli studi contemporanei sulla cultura popolare e di massa dei cultural studies e alle ricerche dei subaltern studies sulle società  post-coloniali, esercitando importanti stimoli su autori extraeuropei” (pp- 61-63).
Quel che rende il libro completo è l’attenzione dedicata alle questioni irrisolte. Un intero paragrafo si occupa di esse alla fine del capitolo sul marxismo occidentale (Domande di ieri e di oggi, pp. 82-86).
L’ultimo capitolo si intitola Complicazioni: nazione, genere, ambiente. Qui si va oltre le questioni irrisolte, si arriva alle questioni impensate, o difficilmente pensabili. Una teoria alla fin fine è un linguaggio, categorie mentali composte in una griglia teorica. Il denominatore comune dei marxismi – scrive Planciola – è “la teoria della lotta tra le classi come chiave esplicativa del divenire politico sociale” (p. 174). Ci sono oggetti che più di altri sfuggono a questa griglia teorica. Nel libro vengono chiamati complicazioni, appunto, e sono la nazione, il genere e l’ambiente. Questo degli oggetti che all’interno di una certa griglia teorica si rivelano difficili da assimilare è un punto sul quale ha molto riflettuto il filosofo francese Gaston Bachelard.  Per lui i grandi progressi scientifici sono stati tutti negazioni di teorie preesistenti, sistemi nuovi che si opponevano globalmente ai vecchi: geometrie non euclidee, meccanica non newtoniana, chimica non lavoisiana. Il nuovo nasce dalle insufficienze dell’antico.  Queste “complicazioni” non esistono in quanto tali in natura, insorgono quando una teoria mostra di avere esaurito le sue capacità esplicative proprie. La scienza per procedere ha allora bisogno di un nuovo linguaggio. Nella filosofia di Bachelard, le complicazioni recano un altro nome, si chiamano ostacoli epistemologici. Sì, sì, il marxismo è sempre vitale a suo modo (p. 86: “la storia dei marxismi non è terminata”. Ma il mondo si è fatto più ampio e nuove teorie sono necessarie per allargare la comprensione filosofica e scientifica a nuovi territori. Nuove teorie con nuovi linguaggi e nuovi paradigmi, in attesa di ulteriori sviluppi su altre basi.

http://www.sissco.it/recensione-annale/francesco-cassata-le-due-scienze-il-caso-lysenko-in-italia-2008/

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