Lo sfinimento

Simonetta Fiori, De Rita “L’Italia deve ritrovare la sua spinta vitale”
la Repubblica, 1 agosto 2019
«Siamo nel buio di una lunga notte che consuma i nervi. Senza un governo, senza un’idea, senza una linea politica. Dalla crisi si uscirà per sfinimento, ma eviterei toni allarmati: sono per natura uno “sdrammatizzatore” e non vedo pericoli per la democrazia».
Ottantasette anni da pochi giorni, da oltre mezzo secolo alla guida del Censis, Giuseppe De Rita non rinuncia alla sua teoria continuista di un Paese che tutto sommato scorre, non si fa fermare da una diga o da una frana, perché scorrere è anche il modo per evitare salti mortali, strappi o rivoluzioni. «Lo diceva anche Leopardi: in Italia non c’è mai stata una sedizione pubblica, tranne qualche moto di piazza, forse di quartiere».
Ma la teoria del Paese che scorre non rischia di essere troppo consolatoria?
«No. In realtà lo scorrere finisce per nascondere il decadimento del sistema produttivo e sociale.
Prendiamo l’ossessione romana per i bed & breakfast. Un tempo il grande avvocato comprava uno studio per il figlio laureato: oggi gli lascia l’appartamento da dividere in suites per turisti. Da ceto professionale siamo diventati un popolo di affittacamere, animato dalla visione del rentier. Non mi sembra un passo in avanti».
Anche i dati dell’Istat sul Pil disegnano un’Italia stagnante.
«Sì, ma devo confessare che questa storia del Pil che cresce o non cresce mi ha un po’ stufato. Ho l’impressione che ci avvitiamo intorno a questi numeretti sempre più tristi e non riusciamo a capire il Paese dove sta. Il numeretto è giusto perché poi a livello internazionale è quello su cui ti giudicano, e so bene che con una crescita del 2 % risolveremmo il problema del debito, tuttavia penso che non sia la questione centrale di questo Paese».
E qual è la questione centrale?
«Agli italiani manca una chimica vitale, quel fuoco che in passato ha fatto rinascere il Paese dalle macerie della guerra e poi ha innescato il boom economico e l’economia sommersa di Prato e Sassuolo. Oggi è questo fuoco che manca, la spinta dal basso a camminare e crescere, la fiamma imprenditoriale e la fiamma dell’innovazione tecnologica.
Certo, lo “zero virgola” del Pil è la fotografia di tutto questo, ma io preferisco concentrarmi sull’esaurimento di una spinta vitale».
Nell’ultimo rapporto del Censis avete disegnato un Paese rancoroso e incattivito, che cammina lungo il bordo del burrone. Oggi abbiamo un ministro degli Interni che disprezza le istituzioni parlamentari e predica l’intolleranza.
«Ma non lo ritengo un pericolo per la democrazia. La leadership si conquista sul piano internazionale, mentre Salvini resta un italiano verace che mangia la Nutella o sta nudo sulla spiaggia. E la vicenda di Moscopoli rivela che sono stati i russi a fare le intercettazioni e a metterle in circolo. Ora delle due l’una: o volevano licenziare l’alleato italiano o solo mandargli un avvertimento. In entrambi i casi la statura di Salvini ne esce ridimensionata. Non è lui a preoccuparmi».
Che cosa invece la preoccupa?
«La cultura da crociata dei Cinque Stelle, che è riuscita a orientare spezzoni dell’opinione pubblica.
L’ossessione dell’uno vale uno. L’eccitazione giustizialista. La minacciata riduzione dei parlamentari. L’assillo paratecnologico espresso da Casaleggio. A inquietare è la totale assenza di cultura politica».
Ma il Movimento Cinque Stelle oggi è indebolito.
«In diciotto mesi hanno dimostrato che non ce la fanno. Quando si votò per l’ultimo Parlamento, lo scorso anno, suggerii ad amici che lavorano al Quirinale di evitare la data di marzo perché è il mese dei suicidi. La mancanza di luce protratta per tutto l’inverno porta alla depressione. Sarà un suicidio, pensai. E così è stato. Gli italiani si sono suicidati: per dispetto, rancore, rabbia. Qualche mese fa, all’uscita dell’inverno, mi sono domandato chi si sarebbe suicidato. E ho capito che era stato suicidato Beppe Grillo: è finita la copertura emotiva e popolaresca del movimento perché a fare i carismatici non si regge a lungo.
Ora dobbiamo aspettare il prossimo marzo».
Per vedere questa volta chi si suicida?
«Stiamo attraversando una lunga notte, senza un governo e senza una linea politica coerente. Una notte che consuma politicamente, mettendo a dura prova il sistema nervoso degli stessi governanti.
Prima o poi lo sfinimento avrà un termine. Ma lei si immagina una giornata in attesa delle disposizioni di Luca Morisi (ndr capo della comunicazione social di Salvini) che ti dice cosa twittare? E il caos delle centinaia di dichiarazioni via social dei grillini, tutto e il contrario di tutto? E’ un gioco a consumarsi che non potrà durare a lungo».
Quindi la crisi politica si risolverà per consunzione. Ma intanto che cosa si può fare per mettere fine alla lunga notte?
«La cosa più urgente è rieducare il linguaggio. E’ una questione che riguarda l’intera classe dirigente, non solo i politici ma anche presidenti di autority, comandanti dei carabinieri, giornalisti: dovremmo riscoprire tutti la misura nell’eloquio, la capacità di parlare senza scadere in una lingua “imbagascita”. E poi c’è un secondo gravissimo problema».
Quale?
«A noi manca la cultura di base.
Siamo un popolo di analfabeti, indipendentemente dai recenti risultati dell’Invalsi. Ed è la cultura di base, la consapevolezza di sé stessi e della propria storia, che accende il fuoco di una comunità, quella vitalità a cui ho fatto riferimento prima. E mi viene da sorridere quando sento parlare di un partito nuovo che metta insieme pezzi differenti, perché se non hai una cultura di base e un linguaggio comune puoi fare tutte le alleanze possibili ma il partito nuovo non riesci a costruirlo».
Lei si riferisce a processi necessari, ma che richiedono tempi lunghi.
«Ma un Paese a cui sono stati tolti i momenti di autocoscienza collettiva non è capace di reagire, proprio perché non sente dentro di sé la rabbia o la voglia di fare o la vergogna. Pensi a cos’era la Rai di Bernabei, una straordinaria azienda culturale che diede agli italiani il senso della comunità e della sua storia. La Tv oggi cosa è diventata? Chi svolge quel ruolo? E allora bisogna ripartire da qui, da una riorganizzazione della cultura – avrebbe detto Gramsci – che metta insieme tutto quello che gli italiani devono sapere di sé stessi».
E dal partito democratico cosa si aspetta?
«Il Pd dovrebbe porsi il problema delle alleanze sociali fuori del Parlamento. La Dc non sarebbe esistita senza i coltivatori diretti o senza le associazioni dei maestri cattolici. E invece stanno lì a discutere se fare l’accordo con i Cinque Stelle o assecondare il partito nuovo di Calenda. È come se si fosse costretti a un teatro continuo, ma il virtuosismo dell’interpretazione fa dimenticare cosa rende solida la struttura. Ed è un bel guaio».
°°°
Mattia Feltri, Salvineggiando, La Stampa, 2 agosto 2019

Il Partito democratico, d’altronde, si fondò su quel che restava del Pds-Ds e della sinistra democristiana che durante Mani pulite contribuirono a demolire le garanzie costituzionali e lo Stato di diritto nella speranza di ricavarne un vitalizio politico, molto più sconcio di quello retributivo. Non è dunque così stupefacente che ieri abbia criticato Ivan Scalfarotto, suo deputato che martedì era andato in carcere a visitare l’assassino (e il complice) del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Ha cominciato Carlo Calenda additando la «stupidità» di Scalfarotto e ha chiuso il segretario Nicola Zingaretti con un imbelle comunicato per specificare il carattere individuale e non condiviso dell’iniziativa. Andare a visitare i carcerati è un precetto evangelico, un postulato di civiltà e un preciso dovere dei parlamentari che hanno il compito di appurare il rispetto dei diritti dei detenuti, gli ultimi fra gli ultimi, e se ci andassero più spesso saprebbero che sono rispettati quasi mai. Per aggiungere strazio a strazio, dopo ventiquattro ore di silenzio sono state due righe indignate di Matteo Salvini, che tuttavia salvineggiava, a scatenare il salvineggiamento del Pd. Ma se Salvini ha un’attenuante, che i consensi almeno li aumenta, il Pd non li aumenta né tantomeno li aumenterà mai se salvineggia. Rinunciare ai capisaldi della democrazia liberale in nome di un consenso, per di più chimerico, non è soltanto il tratto della cecità e della bancarotta morale ma stabilisce il perfetto approdo alla democrazia illiberale per unanime slancio del governo e di quasi tutte le opposizioni. Si salvi chi può.

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