A cento anni dall’occupazione delle fabbriche

di Francesca Chiarotto

In occasione dell’ottantatreesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci, avvenuta, come è noto, il 27 aprile del 1937 presso la clinica Quisisana di Roma, desideriamo ricordarlo focalizzando l’attenzione su uno dei periodi più significativi della sua giovane esistenza, ossia il periodo cosiddetto del “biennio rosso” (1919-1920) a Torino.

La città della Mole, proprio per la presenza della più importante fabbrica italiana, la Fiat (fondata nel 1899), diventò il cuore della rivolta operaia, nella cornice di una situazione di mobilitazione sociale che registrò in quel biennio il più alto numero di ore di sciopero della storia italiana. Dappertutto risuonava la parola “rivoluzione”, mutuata dalla Russia bolscevica.

A Torino lo scontro operai-padrone risultava naturalmente più diretto e aspro che altrove; e Antonio Gramsci, giovane sardo che a Torino era giunto nel 1911, si metteva in luce, sia pure a livello ancora locale, quale uno dei protagonisti – non soltanto sul piano teorico, ma della concreta azione politica e sociale – di quella stagione, dando vita ad un’esperienza unica nel panorama italiano.

Iscritto al Partito Socialista dal 1913, già affermato giornalista, Gramsci fu il principale fondatore nel 1919, assieme ad alcuni ex compagni di studi (Angelo Tasca, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti) de «L’Ordine Nuovo», “rassegna settimanale di cultura socialista”.

Il primo numero fu pubblicato in un’occasione perfetta per farsi conoscere: il primo maggio. L’uscita del settimanale si colloca in un clima particolarmente effervescente. In prossimità del primo maggio, il Partito socialista prepara un manifesto in cui si legge – nelle parti non censurate – un’esortazione ai lavoratori, quasi degna del Manifesto marx-engelsiano: «Lavoratori! La grande ora storica attuale vi chiama, vi sospinge ormai alle conquiste storiche decisive!». Nell’editoriale del primo numero della nuova rivista si legge un appello alla mobilitazione, che dovrà determinarsi attraverso l’istruzione, l’agitazione e l’organizzazione:

Questo numero esce per gettare un grido di raccolta, per conoscerci a vicenda, per sentire il primo fecondo contatto con l’aria libera, le prime vibrazioni d’anime avvinte nella stessa fede. È un proclama per la mobilitazione delle intelligenze e della volontà socialiste, per la determinazione e il valorizzamento dello Stato socialista

Gramsci figura come “segretario di redazione”, ma fu l’autentico animatore di questa piccola impresa che colloca Torino in una dimensione autenticamente internazionale.

L’obiettivo era quello di dare una cultura alle masse, ma facendola scaturire dal loro stesso seno.

La rivista, tuttavia, cambiò presto natura, e pur senza trascurare il dibattito culturale, divenne, di fatto, il motore propulsivo del movimento dei Consigli di fabbrica: l’analisi dei meccanismi interni agli stabilimenti, lo studio dei fattori della produzione, la centralità e l’unità dei lavoratori (operai, ma anche tecnici e impiegati) a prescindere dalla loro iscrizione al sindacato o al partito, furono al centro dell’elaborazione del settimanale: la «democrazia operaia», come s’intitolava un famoso editoriale di Gramsci («L’Ordine Nuovo», 21 giugno 1919), era il fine ultimo da realizzare.

Due momenti fondamentali misero alla prova l’azione dei proletari torinesi nell’anno 1920: lo «sciopero delle lancette» dell’aprile, scaturito per un futile motivo (i lavoratori erano contrari all’adozione dell’ora legale e spostarono indietro le lancette degli orologi delle fabbriche), diede l’abbrivio ad una lotta che durò un intero mese, con dieci giorni di sciopero generale che si propagò in tutto il Piemonte coinvolgendo mezzo milione di operai industriali e agricoli.

In città, anche chi non lavorava nelle fabbriche, fu coinvolto direttamente: si trattava di tenere i collegamenti tra un’officina e l’altra, tra le diverse organizzazioni e le fabbriche, tra gli operai in lotta e le famiglie. I lavoratori ritenevano l’occupazione stessa una forma di lotta più rivoluzionaria dello sciopero generale. La difesa, anche armata, fu organizzata in quella prospettiva.

Nonostante la dura sconfitta del movimento dei Consigli, decretata il 24 aprile con la firma di un concordato elaborato dal prefetto, quello sciopero, che voleva affermare una questione più generale, ossia la gestione del potere nella fabbrica, confermò la grande maturità degli operai. Non si può non ricordare che essi si pagarono le spese coi loro miseri averi, coi fondi di qualche sindacato e con la solidarietà di classe.

E quale fu il giudizio di Gramsci su quella sconfitta? La sua analisi, lucida e bruciante, riconosce l’eroismo del proletariato:

Nello sciopero generale il capitalismo e il potere di Stato avevano sfoggiato tutte le loro armi. Lo Stato borghese aveva posto a disposizione degli industriali torinesi cinquantamila uomini in assetto di guerra, con autoblindate, lanciafiamme, batterie leggere; la città rimase per dieci giorni in balìa delle guardie regie, la classe operaia sembrò annientata, sembrò assorbita dalla oscurità e dal nulla. Gli industriali, raccolti dieci milioni, inondarono la città di manifesti e manifestini, assoldarono giornalisti e barabba, agenti provocatori e spezzatori di sciopero, pubblicarono un giornale che imitava nella veste tipografica il bollettino dello sciopero, diffusero notizie allarmistiche, notizie false, fecero scaturire associazioni, leghe, sindacati, partiti politici, fasci, da tutte le cloache della città; […]; a tutto questo scatenamento di forze capitalistiche la classe operaia non poté opporre null’altro [che] la sua energia di resistenza e di sacrifizio. Gli operai metallurgici resistettero un mese, senza salario: soffrirono molti la fame, dovettero impegnare al Monte di Pietà i mobili, fin i materassi e le lenzuola; anche l’altra parte della popolazione lavoratrice subì stenti, miserie, desolazione […].

(A. Gramsci, La forza della Rivoluzione, in «L’Ordine Nuovo», I, 2, 8 maggio 1920).

Non per caso, dopo questa sconfitta, si assistette a Torino ad una imponente manifestazione del Primo maggio, conclusasi con una feroce repressione poliziesca che non riuscì tuttavia ad annientare la combattività popolare. Il proletariato torinese era ancora pronto a lottare.

[…] gli affamati, gli immiseriti, i frustati a sangue dallo staffile capitalistico, i beffeggiati da una parte inconsapevole o infame degli stessi compagni (?) di lotta, non hanno perduto la fede nell’avvenire della classe operaia, non hanno perduto la fede nella rivoluzione comunista; tutto il proletariato torinese è uscito nelle strade e nelle piazze per dimostrare il suo attaccamento alla rivoluzione, per spiegare di contro ai milioni e ai miliardi di ricchezza della classe capitalista le forze umane della classe operaia, le centinaia di migliaia di cuori, di braccia, di cervelli della classe operaia, per contrapporre alle casseforti i ferrei battaglioni di militanti della rivoluzione operaia

(A. Gramsci, La forza della Rivoluzione, in «L’Ordine Nuovo», I, 2, 8 maggio 1920).

Intanto «L’Ordine Nuovo», era ormai dichiaratamente uno strumento di lotta della rivoluzione operaia. Durante l’occupazione delle fabbriche, nel settembre di cento anni fa, si assistette a un vero tentativo di rovesciamento dell’ordine esistente: si trattava appunto, di instaurare un “ordine nuovo”:

Le gerarchie sociali sono spezzate, i valori storici sono invertiti; le classi “esecutive”, le classi “strumentali” sono divenute classi “dirigenti”, si sono poste a capo di se stesse, hanno trovato in se stesse gli uomini rappresentativi, gli uomini da investire del potere di governo, gli uomini che si assumono tutte le funzioni che di un aggregato elementare e meccanico fanno una compagine organica, fanno una creatura vivente. […] Oggi, con l’occupazione operaia, il potere dispotico nella fabbrica è spezzato […]. Ogni fabbrica è uno Stato illegale, è una repubblica proletaria che vive giorno per giorno, attendendo lo svolgersi degli eventi 

(A. Gramsci, Domenica rossa, in «Avanti!», 5 settembre 1920).

L’esito di queste esperienze fu una doppia sconfitta, alla quale si aggiungerà quella altrettanto cocente della primavera del 1921, quando, in seguito all’annunciato licenziamento di più di mille operari, le maestranze di Fiat e Michelin entrano in sciopero. Gli industriali risposero con la serrata degli stabilimenti e il licenziamento di oltre 3.500 lavoratori.

Ma anche in questa occasione, Gramsci riconosce che gli operai, “Uomini di carne e ossa”, come li definisce in un articolo di grandissima intensità, hanno resistito:

Erano estenuati fisicamente perché da molte settimane e da molti mesi i loro salari erano ridotti e non erano più sufficienti al sostentamento familiare, eppure hanno resistito per un mese. Erano completamente isolati dalla nazione, immersi in un ambiente generale di stanchezza, di indifferenza, di ostilità, eppure hanno resistito per un mese. Sapevano di non poter sperare aiuto alcuno dal di fuori: sapevano che ormai alla classe operaia italiana erano stati recisi i tendini, sapevano di essere condannati alla sconfitta, eppure hanno resistito per un mese. Non c’è vergogna nella sconfitta degli operai della Fiat, ai quali non si può domandare più di quanto hanno dato questi compagni che sono ritornati al lavoro, tristemente, accoratamente, consapevoli della immediata impossibilità di resistere più oltre o di reagire. Gli operai della Fiat per anni e anni hanno lottato strenuamente, hanno bagnato del loro sangue le strade, hanno sofferto la fame e il freddo; essi rimangono, per questo loro passato glorioso, all’avanguardia del proletariato italiano, essi rimangono militi fedeli e devoti della rivoluzione. Hanno fatto quanto è dato fare a uomini di carne ed ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perché anche in essa è qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti […]

(A. Gramsci, Uomini di carne e ossa, in «L’Ordine Nuovo», 8 maggio 1921).

Il fascismo era ormai alle porte e al “biennio rosso” sarebbe succeduto il “biennio nero”.

Eppure Gramsci trasse, da tutte queste esperienze, elementi di riflessione preziosi per la sua elaborazione carceraria: i Quaderni del carcere furono soprattutto un luogo di meditazione teorica, a partire proprio dalla sconfitta del movimento operaio – a Torino, in Italia, in Europa – per mettere a fuoco una nuova teoria della «rivoluzione in Occidente».

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