Correre. Immagini da una società pandemica

Il virus ci ha bloccati, come in un fermo-immagine: dentro le nostre case, attaccati alle tastiere dei nostri computer, incollati ai notiziari della televisione, con la polvere che si accumula sulle nostre automobili parcheggiate nelle strade sempre meno affollate, con gli abiti buoni appesi silenziosi e inutilizzati nei nostri armadi; o, peggio, bloccati in un letto d’ospedale, attaccati a un respiratore e alla speranza di venirne fuori quanto prima; o costretti a interrompere il lavoro che amiamo o che ci fa vivere.

E mentre ci accade questo, un’altra parte della società invece corre. Deve correre. Corre a portarci da mangiare o ciò che ci occorre nella quotidianità, corre a portarci le medicine, corre su autobus troppo pieni per garantire distanziamento e viene a ripulire le nostre case e a badare ai nostri figli o ai nostri vecchi, corre da un letto all’altro per non lasciarci morire, raccoglie di corsa i frutti delle coltivazioni per non lasciarli marcire.

Persone che corrono: rider, tassisti, corrieri, infermieri, medici, badanti, colf, raccoglitori, spedizionieri e così via. Molti di loro costituiscono il nuovo proletariato, un proletariato senza nome, che non ha nemmeno più le caratteristiche storiche del proletariato. Non ha un padrone che lo organizza in funzione di un meccanismo produttivo di beni materiali, non lavora in una fabbrica o in un palazzo di uffici funzionali, non in grande aziende agricole, non ha contatti se non fuggevoli con i suoi simili, e spesso non ha contratti. 

Nella maggioranza dei casi il padrone è una piattaforma. 

piattafórma s. f [dal fr. plate-forme, propr. «forma (cioè superficie) piatta»;….. nome generico di strutture piane e resistenti, per lo più orizzontali, fisse o mobili, che, nelle costruzioni edilizie, o meccaniche, o in attività e operazioni d’altro genere, servono di base, di appoggio, di collegamento, o rendono possibile il passaggio, il movimento o determinate manovre (da https://www.treccani.it/vocabolario/piattaforma/)

Nella maggioranza dei casi, no, non è una superficie d’appoggio piatta, quella che comanda il lavoro e la corsa di migliaia di donne e uomini al nostro servizio, bensì un insieme di applicazioni software comandate da algoritmi: agnostiche, eteree, virtuali, quasi spirituali, tranne che in un dettaglio. Che producono, attraverso la fatica fisica dei “corridori” e la estrema compressione temporale delle loro prestazioni, il massimo profitto per chi le possiede.

Il caso più diffuso e più scandalosamente noto è quello dei rider, cioè dei ciclo-fattorini, che hanno reso possibile il boom delle piattaforme di delivery.

In questi giorni in tutta Italia questa categoria di lavoratori (si diceva così, un tempo, no?) ha fatto sciopero, chiedendo ai consumatori di appoggiarli, astenendosi dal fare ordinazioni. Chiedono tutele, compensi decenti, un contratto che non sia una presa in giro come quello sottoscritto dallo pseudosindacato UGL con la Assodelivery, il sindacato dei proprietari delle piattaforme. Dello stesso tipo è stato lo sciopero dei dipendenti italiani di Amazon, che fanno più o meno la stessa vita anche se con altri mezzi (di trasporto).

«LA MOBILITAZIONE dei rider rafforza un processo che trae forza anche dalle ultime pronunce giurisprudenziali – sostiene Alessandro Brunetti, avvocato del lavoro delle camere del lavoro autonomo e precario (Clap) che partecipano alla giornata. È avvenuto un passaggio di fase culturale e politico che ha spinto la magistratura a superare un vecchio modo di considerare il lavoro nella gig economy attraverso un concetto di subordinazione arcaico, quello basato su orari fissi, direttive stringenti, obbligo della prestazione. Questo è avvenuto a Torino con le sentenze Foodora. Oggi una parte della giurisprudenza ha abbandonato queste posizioni e ha stabilito un altro criterio della subordinazione di tipo socio-economico. I rider possono avere i diritti del lavoro subordinato senza cedere ulteriormente le loro libertà. Queste lotte rendono possibile immaginare un nuovo ordinamento del lavoro dove si riesce a dare tutele minime anche al lavoro autonomo mono-committente e con prestazione personali. L’obiettivo è ottenere più diritti possibili con il massimo grado di autodeterminazione» (da “Non c’è pasto per te” di F. Ceccarelli, su “Il Manifesto” del 26.03.2021 )

Sono anni ormai che la gig economy ha fatto il suo ingresso sulla scena  delle nuove forme in cui si articola il post-capitalismo, ma è ancora molto difficile per la politica individuarne le caratteristiche, capire  come tutelare i nuovi lavoratori, come fare in modo che le nuove imprese operino in modo sostenibile rispettando i diritti di chi lavora per loro e dei cittadini che comprano i loro servizi e cedono loro, gratuitamente,  un bene per esse incommensurabilmente profittevole: i propri dati.

E mentre noi consumiamo immobili il lavoro di questi operatori in perenne movimento, vediamo un altro fermo-immagine significativo del nostro tempo: quello della nave porta container “Ever given”, immobilizzata, incagliata di traverso nel Canale di Suez, che rende impossibile la navigazione di centinaia di altre navi, bloccando la distribuzione in tutto il mondo di merci provenienti dall’ Est del globo. 

La produzione materiale incagliata in una strettoia naturale, mentre quella virtuale corre: le quotazioni  delle  borse mondiali  restano molto positive, soprattutto per le Big Tech, i cui titoli continuano a salire.

Dunia Astrologo

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