Gramsci e la musica

Giulio Cesare Ricci, La passione sconosciuta di Gramsci per la musica, Huffington Post, 18 aprile 2017

 

Quando un teatro viene restaurato e restituito a una città, a una comunità, al pubblico, anche solo molto parzialmente, e anche se riguarda solo la facciata storica, è sempre una notizia bella e buona. Scherzosamente, potremmo dire: sempre meglio che vederlo trasformato in una sala Bingo o in un grande albergo.

È il caso del teatro San Marco di Livorno, la mia città, dove è stata appena consegnato il restauro della meravigliosa facciata. Un teatro storico, che deve la sua fama anche a quel che accadde nel 1921, quando dopo la scissione che avvenne nel corso del XVII Congresso del Partito socialista, i comunisti uscirono dal teatro Goldoni e al canto dell’Internazionale, si ritrovarono, appunto, al teatro San Marco.

Insomma, fu in quel teatro che ebbe luogo la nascita del Partito comunista d’Italia. Tra gli artefici della scissione ci fu Antonio Gramsci, del quale ricorre il prossimo 27 aprile l’ottantesimo anniversario della morte. A Livorno, in un teatro, la cui facciata finalmente torna agli antichi splendori, nacque dunque il movimento comunista che ventidue anni dopo diede vita all’antifascismo e alla Resistenza, e dal 1948 al 1989, divenne il principale partito comunista d’Occidente.

Sembra paradossale, ma lo stesso Gramsci aveva compreso che esiste un rapporto strettissimo tra la funzione sociale del teatro, e della musica, e la costruzione di una cultura nazionale e popolare. L’inizio del XXI Quaderno del carcere, infatti, ripropone le questioni irrisolte in tema di cultura nazionale: la non popolarità della letteratura nazionale, il teatro italiano, la questione della lingua, se sia esistita o meno una tradizione romantica, e l’assenza della cultura protestante in Italia.

Il melodramma, secondo il grande intellettuale comunista, rispecchiava gran parte di questi temi. Perché? Per Gramsci, il melodramma verdiano, per esempio, segnava l’apertura dei teatri al pubblico, svolgendo una nuova funzione perfino conoscitiva e pedagogica, e politica in senso generale. Soprattutto quando con Verdi, il Risorgimento, e gli ideali che esso portava con sé, vennero introdotti nei libretti, e divennero sostanza stessa del processo della stessa elaborazione musicale.

L’accostamento che Gramsci propone è quello tra la funzione dell’opera verdiana, con i teatri pieni di “popolo”, di comune consapevolezza, e il ruolo che svolse, per esempio in Francia, il romanzo popolare. Così, l’opera, scrive Gramsci, divenne l’arte più popolare, e i teatri aperti i luoghi dove si esercitava parte del conflitto politico, sulle note del Và pensiero, per esempio.

Così, in Italia, l’opera rappresentò per la massa non solo l’unico approccio alla musica, ma soprattutto l’unico approccio alla letteratura. Cito qui una potente espressione di Antonio Gramsci: “siccome il popolo non è letterato e di letteratura conosce solo il libretto d’opera ottocentesco, avviene che gli uomini del popolo melodrammatizzino”.

Straordinaria l’invenzione del nuovo verbo, tutto gramsciano, “melodrammatizzare”, nel quale è contenuta parte della sua analisi sulla funzione sociale della musica nazional-popolare, e della cultura teatrale. In questa analisi dell’opera lirica e della sua funzione di unificazione culturale, linguistica, emerge l’intellettuale rigoroso e poliedrico, ma soprattutto moderno, perché Gramsci riesce qui a comprendere e a veicolare il senso del cosiddetto nazional-popolare.

Ma Gramsci non era interessato solo agli sviluppi politici e storici del melodramma italiano. In una lettera inviata il 27 febbraio del 1928 a Tania, egli racconta di una piccola discussione “carceraria”. Un evangelista, o metodista o presbiteriano, narra Gramsci, era particolarmente indignato perché “per le nostre città si lasciavano circolare quei poveri cinesi che vendono oggettini fabbricati in serie in Germania, ma che danno l’impressione ai compatrioti di annettersi almeno un pezzettino del folklore cataico”.

Insomma, narra Gramsci, il compagno di cella temeva che questo innesto di cultura asiatica avrebbe messo le radici in Europa, e attentato al cuore stesso della Cristianità. La replica di Gramsci fu didascalica: cercò di rassicurare il buon uomo sul fatto che il Buddismo ha già radici profonde nella civiltà occidentale, ed è stato sostanzialmente cristianizzato. Più avanti, tuttavia, Gramsci si lancia in un paragone ardito: dopo aver detto al suo compagno di cella che il Buddismo non è idolatria, definisce la moda europea del jazz. Scrive Gramsci nella lettera a Tania:

“Questa musica ha veramente conquistato tutto uno strato della popolazione europea colta, ha creato anzi un vero fanatismo. Ora è impossibile immaginare che la ripetizione continuata dei gesti fisici che i negri fanno intorno ai loro feticci danzando, che l’avere sempre nelle orecchie il ritmo sincopato degli jazz-bands, rimangano senza risultati ideologici; a) Si tratta di un fenomeno enormemente diffuso, che tocca milioni e milioni di persone, specialmente giovani; b) si tratta di impressioni molto energiche e violente, cioè che lasciano traccie profonde e durature; c) si tratta di fenomeni musicali, cioè di manifestazioni che si esprimono nel linguaggio più universale oggi esistente, nel linguaggio che più rapidamente comunica immagini e impressioni totali di una civiltà non solo estranea alla nostra, ma certamente meno complessa di quella asiatica, primitiva ed elementare, cioè facilmente assimilabile e generalizzabile dalla musica e dalla danza a tutto il mondo psichico. Insomma il povero evangelista fu convinto, che mentre aveva paura di diventare un asiatico, in realtà egli, senza accorgersene, stava diventando un negro e che tale processo era terribilmente avanzato, almeno fino alla fase di meticcio”.

Quanta modernità di analisi e quanto amore per la musica, “il linguaggio più universale oggi esistente”, vi è in queste analisi di Gramsci, quanta generosità di pensiero, consegnato a Tania, e quanta umiltà nel considerare i fenomeni storici, anche quelli apparentemente lontani dalla filosofia politica. E quanta ironia scopriamo nel Gramsci che scrive a sua cognata, quando, nelle righe finali della lettera, avverte che il povero credente protestante pensava di ritrovarsi “cinese” o buddista, eppure, grazie al jazz, alla sua universalità, alla sua facile fruibilità culturale, stava diventando “un negro”.

In una lettera è condensato il meccanismo complesso della integrazione tra culture. Abbiamo ancora molte cose da imparare da Gramsci, soprattutto ora, ai giorni nostri, in questo XXI secolo che ha l’abitudine di dimenticare troppo presto i suoi grandi maestri.

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