Alla scoperta dell’Islam 4

Eugenia Parodi Giusino

Arrivata infine ad Orano per circa un mese abitai in una stanza di albergo vicina alla piccola scuola dove lavoravo e questo significò che dovevo andare in qualche ristorante per i pasti, almeno per uno al giorno, tranne qualche occasionale invito di altri Italiani. Il mio modo di  vestire piuttosto austero e il comportamento riservato non erano una difesa sufficiente dagli sguardi indagatori degli altri clienti. Le donne infatti non frequentavano del tutto i locali pubblici. Mai riuscii a convincere una  mia collega italiana, insegnante, che aveva sposato un algerino, a venire a prendere un caffè al bar, dopo le lezioni. Lei non portava il velo e lavorava fuori casa ma, per il resto, aveva del tutto accettato le consuetudini  della famiglia del marito. Da queste prime considerazioni e dal fatto che  camminando per strada sul marciapiede venivo malamente spintonata si cominciò a delineare per me il quadro del rapporto interno-esterno in cui era  coinvolta la donna, in quel Paese.

Mi viene in aiuto per spiegare meglio ciò una lunga intervista rilasciata anni fa e pubblicata da Mondadori alla giornalista  Elisabeth Schemla da Khalida Messaoud, femminista e membro del Rcd (Rassemblement pour la culture et la démocratie), già Ministro della cultura, minacciata per iscritto di morte dai fondamentalisti islamici del Fis (Fronte islamico di salvezza) e scampata a diversi attentati, una ribelle, costretta a vivere anni da clandestina. E divenuta un’icona del movimento in difesa dei diritti della donne algerine. Nata in una famiglia relativamente aperta della Cabilia, ha sempre creduto e sperato nella realizzazione in Algeria di una repubblica realmente democratica che garantisse una certa separazione tra religione e Stato. Ricevuta un’istruzione ampia, sia laica e religiosa, cresciuta con il mito della Kahina, una regina berbera dell’Aurès che lottò fino alla morte per opporsi alla conquista araba del suo territorio, ha visto nella scuola la progressiva trasformazione dei corsi di pura educazione civica in corsi di educazione islamica mentre, nel 1984, veniva approvato un Codice della famiglia apertamente oscurantista e in contrasto non soltanto con i diritti civili ma con l’obiettivo dichiarato dallo Stato di  “modernità” nel campo dell’economia e dell’industrializzazione.

Proprio il Parlamento sancì il concetto che “il musulmano vero è colui che accetta la sharia nella sua totalità” (K. Messaoudi riporta queste parole dal discorso del parlamentare Belkadem), che significava un vero e proprio tradimento nei confronti delle donne algerine e contro il quale a nulla è valsa la lotta di una piccola minoranza. Un potere che ha tradito soprattutto le donne che parteciparono alla Resistenza con slancio straordinario e pagarono con arresti, torture e anche con la morte.

Torniamo per strada. Inizialmente avevo pensato che gli uomini che mi urtavano lo facessero perché, in quanto essere inferiore, avrei dovuto cedere loro il passo. Un modo anche per esprimere disprezzo. Ma c’era qualcosa di più. Khalida Messaoudi  ha spiegato che la strada, in quanto “esterno” appartiene al mondo degli uomini, è cosa loro, una loro proprietà, dove le donne possono soltanto fare una breve escursione rese irriconoscibili dal velo. L’ultimo mese che trascorsi ad Orano camminavo con il capo coperto da uno scialle. Invitata una sera a cena assieme ad alcuni amici italiani e algerini in un pensionato universitario sperimentai poi, pur anche in un ambiente culturale avanzato, la doppiezza di comportamenti che contemplavano una promiscuità uomo-donna all’interno, con cena e balli sfrenati, e l’esclusione tuttavia delle ragazze da una innocente passeggiata. Ancora più incomprensibile per me, dal momento che le studentesse vivevano da sole fuori casa e rappresentavano la generazione  e le classi sociali più evolute e libere. Nel ’77 comunque si viveva ancora  una situazione di relativa libertà al paragone con il baratro in cui l’Algeria doveva scivolare  appena pochi anni dopo con la Primavera berbera, il Fis,  i militari ed il partito unico.

Neanche un’intellettuale attenta coma Khalida M. si era accorta allora “dei legami profondi e nascosti del nuovo gruppo di potere con l’internazionale islamista”. Anni dopo accusa chiaramente Boumedienne  di avere disseminato il Paese di istituti religiosi che hanno formato gli studiosi di fondamentalismo e quindi di avere creato le basi della presa del potere futuro da parte degli islamisti. Anche la Lega algerina dei diritti dell’uomo venne a poco a poco snaturata sino ad affermare, alle soglie degli anni ’90, per Statuto, che “l’Islam non è solo una religione ma anche una legge, una cultura, una comunità, una regola di vita sociale, giuridica, filosofica ed economica”. Parole chiare e forti che avevo sperimentato in parte, senza volerci credere, per strada. L’Islam, quindi, come sostituto di tutti i problemi, anche sociali, come mezzo per realizzare la riforma sociale globale.

Nell’88 imponenti manifestazioni di studenti e intellettuali furono soffocate dall’esercito nel sangue, si sparò sulla folla disarmata, ci furono arresti e torture sfatando il mito che l’esercito era “al servizio del popolo”. Nell’89 le violenze contro le donne aumentarono. I Municipi, i Comuni diventano islamici. I luoghi di culto, le moschee “spazi politici della vita del quartiere”. Proibiti i corsi di musica e danza nelle scuole, l’arabo classico diventa l’unica lingua ufficiale. Tredici anni prima era ancora possibile iscriversi ad un corso di francese, cosa che feci immediatamente al terzo giorno e dove, facilmente essendo italiana, divenni la prima della classe tra Bulgari e Giapponesi disperati alle prese con suoni che non riuscivano a pronunciare.

(continuerà)

 

 

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